Nello stesso istante, se stessi e un altro
Jane Roberts si chiedeva come potesse essere, in trance, se stessa e un'altra nello stesso momento. Peter Skafish ne ha fatto una domanda filosofica.
Proviamo a immaginare di essere, adesso, la persona che siamo e insieme un'altra. Non prima l'una e poi l'altra, come quando ci si sveglia da un sogno e si torna in sé. Non l'una che ricorda l'altra. Tutte e due nello stesso istante, ciascuna presente a se stessa, senza che nessuna cancelli l'altra.
Detta così, la frase scorre. Pensarla è un'altra faccenda, perché l'identità come la usiamo ogni giorno sembra fatta apposta per escluderla: o sono io, o è qualcun altro. Resta da capire se quella «o» sia una legge del pensiero o soltanto un'abitudine.
Jane Roberts se lo chiedeva a partire dalla propria vita. Scrittrice americana, dagli anni Sessanta pubblicò una lunga serie di libri che considerava dettati, o scritti attraverso lei, da altre personalità; la più nota la chiamava Seth. Molto più tardi la domanda è stata ripresa da Peter Skafish, che nel 2011 ha presentato a Berkeley una tesi di dottorato in antropologia medica intitolata From Another Psyche. Già nelle prime righe del riassunto Skafish indica quella che per lui era la questione più urgente lasciata a Roberts da tanti anni di trance: come fosse possibile l'esperienza di essere «se stessa e un altro sé nello stesso istante di tempo»? Lei, aggiunge, la chiamava other-consciousness: un'altra coscienza.
Per seguire questa domanda non occorre stabilire chi o che cosa fosse Seth. Regge anche per chi a Seth non crede affatto, perché tocca una regola che usiamo tutti: in ogni momento si è una persona sola.
Conviene piuttosto tenere distinte le voci, che qui si sovrappongono con facilità. Ci sono i testi di Roberts, e dentro di essi quella di Seth; c'è Skafish, che li interpreta; e c'è la lettura che ne propone questa nota. Skafish stesso gioca apertamente con la sovrapposizione: il sesto capitolo della tesi è scritto come se l'autore fosse Seth. In quella voce, che è sua e non di Roberts, osserva che considerare Seth soltanto una fantasia di Jane «aiuterebbe più che danneggiare» il ragionamento. Gli interessa il concetto, qualunque ne sia l'origine.
Due linee, nessuna perduta
Nei testi di Seth l'idea ha una forma precisa. Nella seduta 692, del 24 aprile 1974, poi confluita in The "Unknown" Reality, Seth spiega che senza comprensione o preparazione, per percepire quest'altra coscienza, bisognerebbe «perdere» la propria. Poi descrive l'alternativa: servirebbe «un altro sé, capace di tenere insieme entrambe le linee di coscienza, senza perdersi in nessuna delle due e restando saldo in ciascuna».
Non è la descrizione di un cambio di turno, con una personalità che entra mentre l'altra esce. La richiesta è opposta: nessuna delle due linee deve cedere. Due mesi prima, nella seduta 683 del 18 febbraio 1974, la stessa idea si allarga a tutti. «Siete più persone», dice Seth, con la parola inglese multipersons; e, nello stesso passo: «Esistete come una sola persona, simultaneamente». La vostra realtà interiore, prosegue, «sta a cavallo della loro realtà».
Skafish prende sul serio quella che a prima vista sembra una contraddizione, e ne fa una tesi sulla coscienza. Nel riassunto scrive che a cambiare sarebbe il modo più elementare in cui ciascuno si sa se stesso: si passerebbe «dall'appercezione a una coscienza di sé come se stessi e insieme un altro». Appercezione è il nome filosofico di quel sapere di essere io che accompagna ogni esperienza, anche la più distratta.
Questo non significa che la trance spenga la coscienza ordinaria. Skafish confronta anzi l'idea con la personalità multipla e con la maggior parte dei casi di possessione, in cui le personalità si alternano e ne domina una per volta: stati che, a suo giudizio, restano molto lontani da una coscienza che le tenga tutte presenti insieme.
Quello che sa fare il sogno
Per rendere pensabile un sé doppio, Skafish chiama in causa due filosofi francesi e affida a ciascuno un compito diverso. Il primo è Jean-Paul Sartre, che Skafish legge nella traduzione inglese intitolata The Psychology of the Imagination. Nelle pagine che Skafish riporta, Sartre distingue la percezione dall'immagine mentale. Ciò che percepiamo occupa un posto definito nello spazio e nel tempo, e non può essere se stesso e un'altra cosa nello stesso momento; l'oggetto di un'immagine rispetta queste condizioni solo in modo imperfetto. «Per questo in sogno una persona può essere più persone insieme.»
Skafish ne ricava due cose. Nell'immagine la regola dell'identità smette di funzionare come nella percezione; e la coscienza che immagina resta, a tutti gli effetti, coscienza. È qui che colloca la risposta di Roberts: quest'altra coscienza non passa per il linguaggio, ma si dà quando il soggetto vede se stesso nelle immagini mentali, non sensoriali, del sogno e dell'immaginazione.
I due fenomeni, però, non vanno confusi. Una figura di sogno che vale per più persone è un'immagine molteplice: la guardiamo, ma questo da solo non basta a mostrare che chi sogna sia più di uno. Una coscienza che si vive come più sé distinti, ciascuno presente a se stesso, è un'altra cosa, perché la molteplicità passa dall'oggetto a chi guarda. Nella lettura di Skafish, Sartre descrive il primo caso e Roberts il secondo.
Proprio questa distanza rende interessante il passo di Skafish. Il suo argomento è che, quando il soggetto compare a se stesso dentro l'immagine, l'allentamento dell'identità che vale per le figure del sogno può raggiungere anche il sé. Non è un passaggio automatico, ed è lì che la sua lettura lavora.
Il presente, dalla soglia
Roberts, del resto, non era soltanto una fonte di concetti. In Adventures in Consciousness, un libro del 1975 scritto con la propria voce e non con quella di Seth, racconta un'estate in cui si era ricavata uno studio nuovo. Accanto c'era una piccola cucina, un tempo veranda, fatta quasi tutta di finestre, a pochi centimetri dalle foglie di una grande quercia. Era luglio. Lei restava lì per ore, con il caffè, a guardare fuori.
Poi qualcosa cominciò a succedere. Le sembrava di scambiarsi di posto con le foglie, e di vedersi dal loro lato, seduta al tavolo oltre le finestre aperte. «Le dimensioni del momento presente si aprirono», scrive: in un istante qualunque il solito cortile dietro casa, con gli alberi, i prati e le aiuole, prendeva una vita nuova, una vita che c'era sempre stata.
Nello stesso libro, raccontando pagine scritte in uno stato di coscienza alterato, descrive una condizione in cui restava pienamente vigile mentre una parte della sua consapevolezza era sintonizzata, come dice lei, su una stazione in particolare. E trova un'immagine che potrebbe fare da insegna a tutta questa storia: «È come stare seduti sulla soglia di se stessi».
Per Skafish la simultaneità di Roberts apre a questo punto un secondo problema, che riguarda il tempo. Se l'identità può essere plurale dentro uno stesso presente, forse anche quel presente si lascia pensare come qualcosa di meno semplice di un punto su una linea. Non è una conclusione obbligata, ma un'ipotesi che i testi suggeriscono e che Skafish sviluppa. Legge la persona, nel senso che le dà Roberts, come un luogo in cui tempi diversi, o istanti diversi, arrivano a toccarsi senza confondersi.
Qui entra il secondo filosofo. Skafish considera Gilles Deleuze il pensatore con cui Roberts, senza mai saperlo, ebbe l'affinità più grande. Da Cinema 2 riprende l'idea di un presente che è già passato nel momento stesso in cui è presente, altrimenti non passerebbe mai, e di un passato che non viene dopo il presente ma coesiste con esso.
Deleuze però gli serve anche come avversario. Skafish gli attribuisce l'idea che il sé, così com'è in atto, non possa fondersi con le proprie potenzialità, e che non sia nemmeno desiderabile: ciò che avremmo potuto essere resta separato da ciò che siamo. Roberts, per Skafish, incrina questa separazione. Un soggetto che fosse insieme se stesso e un altro, scrive nel riassunto, sarebbe anche insieme «ciò che effettivamente è e ciò che altrimenti avrebbe soltanto potuto essere».
Nei testi di Seth tutto questo ha un'immagine. Nel capitolo 17 di Seth, Dreams and Projections of Consciousness si legge che da ogni atto si diramano «un milione di aperture», e che «ogni singolo momento del tempo fisico è dunque un varco, un'apertura su queste altre dimensioni di ciò che è in atto» — ciò che Skafish chiama actuality, in contrasto con ciò che resta possibile o potenziale. Il momento, prosegue Seth, si può usare come un passaggio o un ponte: è in questo senso che abbiamo reso warp con «varco», una scelta tra quelle possibili. E ancora: «Il momento fisico è trasparente, anche se voi gli date la consistenza del tempo».
Si può leggere la scena del cortile come una versione vissuta di questa frase. Per qualche ora Roberts è al tavolo e tra le foglie, e il presente, invece di restringersi a un punto, si allarga. Si può leggere anche la domanda sul tempo non come un secondo tema, ma come la stessa domanda rivolta all'istante invece che alla persona. Sono letture di questa nota: i testi le rendono possibili, non le dimostrano.
Resta da dire fin dove arriva Skafish. Nelle conclusioni sostiene che i concetti di Roberts, una volta letti e capiti, risultano non solo sostenibili ma così solidi da poter essere spiegati con precisione. Subito dopo aggiunge che serve altro lavoro perché quest'altra coscienza diventi un concetto compiuto, e del sesto capitolo dice che contiene gli inizi di un argomento nuovo.
La forza della tesi è filosofica: riguarda ciò che si può pensare con rigore. Non è una verifica empirica di ciò che Seth afferma sul mondo, e non si presenta come tale. Su Roberts, soprattutto in dialogo con Deleuze, Skafish è tornato nel 2016 con un articolo sulla rivista Common Knowledge.
Il sogno, intanto, può mostrarci figure in cui una persona assume i tratti o le identità di più persone, e le attraversiamo senza smettere di essere coscienti. La domanda che Roberts ha lasciato, e che Skafish ha preso sul serio, è se da quell'immagine molteplice si possa arrivare a una coscienza molteplice anche da svegli. E quindi se quella «o» fosse davvero una legge.
Nota sulle fonti
Le parole delle sedute 683 e 692 sono state controllate sulle immagini di una scansione di The "Unknown" Reality, vol. 1 (Internet Archive): le date in testa alle sedute, il passo sui multipersons a p. 50 di quella stampa, «lose» a p. 124 e le due linee di coscienza a p. 125. Il capitolo 17 di Seth, Dreams and Projections of Consciousness è stato letto solo in una trascrizione pubblica (nowdictation): di quel libro non abbiamo una scansione, e non ne citiamo una pagina. Le scene di Roberts in Adventures in Consciousness — cortile e quercia a p. 65 di quella stampa, soglia e stazione a p. 128, e la frase sugli stati di coscienza alterati in fondo a p. 127 — sono state lette sulle immagini della scansione Internet Archive dli.ernet.239933, non sul solo OCR DjVu. Quei numeri di pagina non sono stati confrontati con altre stampe. L'anno 1975 di Adventures in Consciousness è quello indicato da Skafish, non un controllo sull'edizione. Skafish avverte che nelle parti narrative della tesi a volte ritocca le citazioni di Roberts: per questo le sue righe non sono riprese dalla tesi. Il passo sul varco, che Skafish riporta a p. 30 in forma compressa e senza numero di pagina, è citato dalla trascrizione del capitolo 17, non da quella pagina della tesi. Sartre e Deleuze compaiono come li cita Skafish; i loro libri non sono stati riaperti. Dell'articolo del 2016 abbiamo letto solo il riassunto. Le traduzioni sono nostre.
From Another Psyche
Peter Skafish, From Another Psyche: The Other Consciousness of a Speculative American Mystic (The Life and Work of Jane Roberts), tesi di dottorato in antropologia medica, University of California, Berkeley, con la University of California, San Francisco, 2011. Online su eScholarship.