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Novità, ebbrezza, memoria

Tre parole in un taccuino di Proust, e una domanda su ciò che rende la realtà improvvisamente più vera.

Un passaggio vuoto, con una lastra di pietra leggermente rialzata resa visibile da una striscia di luce.
Illustrazione editoriale generata con IA.

In un piccolo taccuino del 1908, fra nomi di persone, luoghi e impressioni annotate in fretta, Marcel Proust scrive una frase sulla realtà. Parla di quei momenti in cui la si vede «en vrai avec enthousiasme, dépouillée de l’habitude»: davvero, con entusiasmo, spogliata dell'abitudine.

Poi aggiunge tre parole:

«Nouveauté, ivresse, mémoire.»

Novità, ebbrezza, memoria.

Sono lì, una dopo l'altra, separate da virgole. Nessuna è sottolineata, nessuna riceve una spiegazione. Proust sembra voler fissare qualcosa che conosce per esperienza, ma di cui non ha ancora trovato una formulazione definitiva.

L'abitudine modifica silenziosamente il nostro rapporto con le cose. Una strada percorsa ogni giorno finisce per essere soprattutto il tragitto che conduce da qualche parte. Riconosciamo le facciate, i negozi, gli incroci; possiamo attraversarli pensando ad altro. A forza di familiarità, ciò che ci circonda perde la capacità di sorprenderci.

Talvolta basta pochissimo perché questa familiarità si interrompa. Un luogo già conosciuto, visto in una luce insolita, acquista una presenza inattesa. Può accadere anche con una voce, con l'odore di una stanza, con qualcosa che torna alla mente senza essere stato cercato.

La singolarità dell'appunto di Proust sta nell'accostamento di esperienze molto diverse.

La novità riguarda ciò che incontriamo per la prima volta. La memoria, al contrario, può restituire qualcosa che appartiene da tempo alla nostra vita. Eppure entrambe possono sorprenderci. Un luogo sconosciuto e un luogo improvvisamente ricordato condividono, almeno per un istante, la capacità di sottrarsi alla consuetudine.

In mezzo compare l'ebbrezza. Proust non specifica quale: la parola può evocare un'alterazione dei sensi, un'esaltazione, uno stato di intensità particolare. La lascia accanto alle altre due, senza chiarire che cosa le accomuni oltre a quella possibilità di vedere la realtà en vrai.

Poche pagine prima, nello stesso taccuino, aveva annotato un ricordo veneziano. Il passato ci sembra mediocre, suggerisce, perché lo pensiamo. Ma ciò che abbiamo vissuto non coincide con la rappresentazione impoverita che ne conserviamo. Può sopravvivere in un particolare quasi insignificante: l'irregolarità delle lastre del pavimento del battistero di San Marco.

È un dettaglio sorprendentemente fisico. Di Venezia si potrebbero ricordare la luce, i canali, le architetture. Qui affiora invece una disuguaglianza della pietra, qualcosa che si avverte camminando.

Chi conosce Il tempo ritrovato riconoscerà in quelle lastre un elemento destinato a tornare. Nel romanzo, un'analoga sensazione sotto i piedi farà riemergere Venezia con una forza che il ricordo volontario non avrebbe potuto produrre.

Ma nel taccuino le cose sono ancora vicine, mescolate. Un'impressione può diventare un'idea, un nome può richiamare un episodio, una sensazione rimasta isolata può trovare posto accanto a esperienze apparentemente lontane.

Lo studioso Jean-Marc Quaranta ha osservato che, in queste pagine, la memoria compare fra diverse forme di esperienza capaci di aprire l'accesso a un'altra realtà. È una lettura suggestiva, che va però mantenuta nella sua giusta misura. Il manoscritto non stabilisce che novità, ebbrezza e memoria abbiano lo stesso valore, né permette di ricavarne una teoria compiuta.

Del resto, nei testi preparatori del Contre Sainte-Beuve, elaborati tra il 1908 e il 1909, la memoria involontaria acquista già un'importanza decisiva. Sarebbe difficile separare nettamente un primo Proust delle molte possibilità da un secondo Proust che avrebbe scelto la memoria. I pensieri maturano insieme, talvolta in direzioni differenti, e un appunto non deve necessariamente concordare con tutto ciò che il suo autore sta scrivendo altrove.

Rimane però quella breve enumerazione, e soprattutto l'espressione che la precede: vedere la realtà en vrai.

È possibile che Proust stia descrivendo una particolare intensità della percezione, quel momento in cui qualcosa di ordinario sembra acquistare una consistenza che prima non aveva. Ma quanto c'è di reale in questa impressione di maggiore realtà? Il mondo si mostra finalmente per ciò che è, oppure siamo noi, per qualche ragione, a guardarlo in maniera diversa?

L'esperienza può essere fortissima senza che questo dubbio scompaia. La novità può ingannarci, l'ebbrezza deformare, la memoria ricostruire. E tuttavia ci sono istanti in cui una strada, una stanza, una lastra di pietra sembrano contenere molto più di quanto vi abbiamo visto fino a un momento prima.

Sul foglio del 1908 Proust non risolve questa ambiguità. Scrive tre parole e prosegue con altri ricordi, altre impressioni.

Forse è proprio la loro vicinanza a trattenere lo sguardo: ciò che non abbiamo mai visto, ciò che credevamo perduto e ciò che, per un momento, altera il nostro modo di essere presenti possono produrre una sensazione somigliante.

Proust la chiama vedere la realtà en vrai. Resta da capire che cosa, in quei momenti, diventi così improvvisamente vero.

02 / Nota documentaria

Nota documentaria

Il riferimento principale è il Carnet 1 di Marcel Proust, conservato alla Bibliothèque nationale de France (NAF 16637), fogli 10v e 11v, consultabile nel facsimile digitalizzato su Gallica.

La trascrizione e l'interpretazione genetica sono confrontabili con Jean-Marc Quaranta, «Le Carnet 1 : éléments d'une genèse des théories proustiennes», Bulletin d'informations proustiennes, n. 29, 1998, pp. 7–19, disponibile su HAL.

La datazione dei fogli all'autunno 1908 segue gli studi editoriali di Philip Kolb, Le Carnet de 1908, Gallimard, 1976, citati da Quaranta. L'edizione Kolb non è stata consultata integralmente.

Per il confronto con la centralità della memoria involontaria si vedano le Notes sur l'intelligence del Contre Sainte-Beuve e Le Temps retrouvé. La cronologia esatta dei singoli materiali preparatori del Contre Sainte-Beuve resta da distinguere da quella del progetto nel suo insieme.

03 / Il ritrovamento

Carnet 1 · 10v / 11v

Marcel Proust, Carnet 1, Bibliothèque nationale de France, NAF 16637. L’appunto e il ricordo veneziano sono sui fogli 11v e 10v; la lettura di Jean-Marc Quaranta è pubblicata nel Bulletin d’informations proustiennes, n. 29 (1998), pp. 7–19.

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