Il cassetto di Engelmann
Nel 1930 un amico confidò a Wittgenstein che i suoi manoscritti, se pubblicati in una scelta, avrebbero perso ogni valore. Wittgenstein gli rispose immaginando un teatro. Trentacinque anni dopo toccò all’amico decidere.
Il 22 agosto 1930 Ludwig Wittgenstein annotò in un quaderno, il manoscritto 109, una confidenza dell’amico Paul Engelmann. Quando a casa fruga nel cassetto pieno dei suoi manoscritti, gli sembrano così belli da meritare di essere resi noti agli altri; lo stesso gli accade con le lettere dei parenti morti. «Ma quando immagina che ne venga pubblicata una scelta, la cosa perde ogni attrattiva e valore, tanto da diventare impossibile».
Engelmann era un architetto di Olmütz, in Moravia, di due anni più giovane di Wittgenstein. Erano amici dal 1916, e qualche anno prima di quella conversazione avevano costruito insieme, a Vienna, la casa per una sorella del filosofo. La risposta di Wittgenstein non riguarda i manoscritti. Riguarda un teatro: «il sipario si alza e noi vediamo un uomo solo che vaga su e giù nella sua stanza, si accende una sigaretta, si mette a sedere, e così via; vedremmo allora, improvvisamente, un essere umano dall’esterno, come non è mai possibile vedere se stessi». Sarebbe, scrive, «inquietante e mirabile al tempo stesso»: «noi vedremmo la vita stessa».
Poi la nota affronta un’obiezione. «Ma noi questo lo vediamo tutti i giorni e non ci fa la minima impressione! Certo, ma noi non lo vediamo in questa prospettiva». Quando Engelmann guarda i suoi scritti e li trova straordinari, continua Wittgenstein, vede la propria vita come un’opera d’arte di Dio, e come tale essa merita di essere guardata, «e così ogni vita, e tutto». Ma solo l’artista sa rappresentare la cosa singola in modo che ci appaia come un’opera d’arte. Presi uno per uno, e da chi non era già entusiasta prima di leggerli, quei manoscritti perdono «a ragione» il loro valore. «L’opera d’arte ci costringe, per così dire, alla prospettiva giusta; senza l’arte però, l’oggetto è un pezzo di natura come un altro». Fra parentesi, Wittgenstein cita anche le «insipide fotografie di paesaggio» che interessano soltanto a chi le ha scattate, perché in quel luogo c’era.
Il punto, dunque, non è che la vita quotidiana sia meravigliosa e che noi abbiamo disimparato a guardarla. Il valore che Engelmann sente nel cassetto vive in una prospettiva, la sua, che una scelta stampata non può semplicemente trasferire al lettore. C’è anche un dettaglio che si perde facilmente. Il filosofo Joachim Schulte ha osservato che quella frase, «come non è mai possibile vedere se stessi», scivola dallo spettatore all’uomo in scena: ciò che ci incanterebbe sarebbe vederlo come lui non può vedere se stesso. È una prospettiva che l’uomo sulla scena non può avere su se stesso.
Trentacinque anni dopo, la stessa domanda si ripresentò a Engelmann in una forma molto concreta. Viveva a Tel Aviv dal 1934, e da quando Wittgenstein era diventato famoso non gli erano mancate le richieste di pubblicare le lettere ricevute da lui. Nel gennaio 1965 spiegò perché aveva esitato. L’uomo a cui quelle lettere erano indirizzate, scrive, è sì identico a lui, ma il modo di dire «da allora è diventato un altro uomo» gli si addice comunque. I giudizi generosi che Wittgenstein dava allora di lui ora lo mettono a disagio, anche perché i lettori potrebbero riferirli all’uomo che è oggi.
Nel 1958, racconta, aveva chiesto consiglio a Elizabeth Anscombe, allieva di Wittgenstein e curatrice delle Ricerche filosofiche. Lei rispose che, se fosse bastato premere un bottone per impedire che la gente si occupasse della vita privata del maestro, l’avrebbe premuto; ma poiché non era possibile, le sembrava ragionevole che chi sapeva darne un resoconto veritiero lo scrivesse. E aggiunse un avvertimento: è difficile non offrire una versione dei suoi atteggiamenti in cui si riesca a entrare, «and then the account is really of oneself», e allora il resoconto parla in realtà di chi lo scrive. Engelmann accettò la diagnosi senza difendersi. Il suo ritratto, scrive, è soggettivo come quello di un pittore, ed è davvero «un resoconto di me stesso», segnato dalla mediocrità, dall’ordinarietà e dalla mancanza di complessità di cui parlava Anscombe: «e certo da tutte e tre». Se il libro abbia una giustificazione, conclude, dipende da quanto gli è riuscito «non solo di illuminare me attraverso di lui, ma anche lui attraverso di me».
Morì il mese dopo, nel febbraio 1965. Il libro restò incompleto: secondo l’amico Josef Schächter voleva ancora raccontare gli anni in cui lui e Wittgenstein costruivano la casa viennese. I capitoli di ricordi furono messi insieme da Shimshon Stein e dallo stesso Schächter, scegliendo fra appunti che la curatrice della riedizione del 2006, Ilse Somavilla, definisce vasti e «quasi impossibili da dominare con lo sguardo». Uscirono in inglese nel 1967, in tedesco nel 1970. Nel maggio 1965 Schächter aveva chiuso la sua prefazione con un augurio: «Speriamo che si riesca a pubblicare i suoi scritti».
Anche la nota di Wittgenstein è arrivata a noi come una scelta. Rimase nel quaderno finché Georg Henrik von Wright, uno degli esecutori letterari, non ricevette, come scrive, «l’incarico di mettere insieme una scelta». Cominciò nel 1965, l’anno della morte di Engelmann, poi lo interruppe fino al 1974. Nella prefazione del 1977 racconta di aver pensato di includere solo le osservazioni migliori, perché troppo materiale avrebbe attenuato l’impressione di quelle buone: «Questo è senz’altro vero – ma non ero chiamato a dare un giudizio di gusto». Lasciò fuori le annotazioni puramente personali, e confessa che senza l’aiuto del collaboratore Heikki Nyman «probabilmente non mi sarei mai deciso a licenziare la raccolta per la stampa». In italiano è Pensieri diversi. In tedesco il sottotitolo lo dice apertamente: Eine Auswahl aus dem Nachlaß, una scelta dal lascito.
Somavilla, nel 2006, ha ripreso proprio la nota del cassetto nella prefazione al carteggio fra i due amici. Pubblicare tutti i manoscritti di Engelmann, scrive, significherebbe presentare un’opera enorme; si è potuta fare solo una scelta, che dovrebbe però permettere di vederlo «dalla prospettiva giusta». In vita Engelmann aveva fatto circolare, fra l’altro, opuscoli poligrafati a Tel Aviv, alcuni con l’indicazione «interno». Le sue carte si trovano oggi soprattutto a Gerusalemme, alla Biblioteca nazionale d’Israele, e a Innsbruck. L’inventario del Brenner-Archiv di Innsbruck elenca titoli come Buch der Erinnerung, un diario del 1926 incompleto, un saggio intitolato Come si scrive un libro?, una storia di fantasmi «con lieto fine». Sulla pagina del progetto che l’istituto gli ha dedicato fra il 1996 e il 2003, una «scelta degli scritti di Engelmann» compare ancora alla voce «pubblicazioni non pubblicate».
Wittgenstein immaginava un uomo che si crede inosservato. Engelmann, nel 1965, sapeva che sarebbe stato osservato, e provò a regolare la luce: lui attraverso di me, me attraverso di lui. Noi leggiamo la conversazione del 1930 da fuori, in una scelta fatta da un altro, e quella stessa nota racconta che cosa una scelta può togliere. Resta da capire se la prospettiva giusta sia qualcosa che solo un’opera riesce a imporre, o se a volte arrivi più tardi, quando qualcuno apre il cassetto di un altro.
Nota sulle fonti
Il testo tedesco della nota è stato letto nella trascrizione online del Nachlass (Ms-109, 22.08.1930, pp. 28–30), nella citazione integrale di Joachim Schulte («“Engelmann Told Me…”», Estetika, 2020, dalla seconda edizione di Culture and Value, pp. 6–7) e nella trascrizione riportata da Somavilla; il facsimile del manoscritto non è stato consultato. Le citazioni italiane di Wittgenstein e di von Wright seguono la traduzione di Michele Ranchetti (Adelphi), letta in una trascrizione digitale del volume e non su una copia a stampa. L’introduzione di Engelmann, la prefazione di Josef Schächter (Haifa, maggio 1965) e la prefazione di Somavilla sono state lette nell’estratto pubblico dell’edizione Haymon 2006 (Wittgenstein – Engelmann. Briefe, Begegnungen, Erinnerungen); le traduzioni dal tedesco sono nostre; la frase di Anscombe è citata nell’originale inglese riportato da Engelmann. L’osservazione di Schulte è parafrasata. I titoli dei manoscritti di Engelmann vengono dall’inventario online del Brenner-Archiv; quei testi non sono stati letti. La pagina del progetto Engelmann dell’Università di Innsbruck elenca la «Auswahl von Engelmanns Schriften» fra le «Unveröffentlichte Publikationen»: non abbiamo verificato se sia uscita altrove in seguito. Non risulta che Engelmann, nel 1965, ricordasse la risposta che Wittgenstein gli aveva dato nel 1930: l’accostamento è nostro, tranne quello fra la nota e la scelta dei manoscritti, che è già di Somavilla.
Manoscritto 109, 22 agosto 1930
Ludwig Wittgenstein, manoscritto 109, p. 28 (22 agosto 1930), pubblicato in Vermischte Bemerkungen (1977; trad. it. Pensieri diversi, Adelphi, a cura di Michele Ranchetti, pp. 23–24). Accostato all’introduzione di Paul Engelmann alle lettere di Wittgenstein (Tel Aviv, gennaio 1965), alla prefazione di G. H. von Wright (gennaio 1977) e alla prefazione di Ilse Somavilla alla riedizione del carteggio (2006).