La nostalgia del tempo che non abbiamo usato
Durante la lavorazione di Nostalghia, Tarkovskij collegò il presente inafferrabile alla nostalgia per il tempo inutilizzato.
Nel 1983, mentre Nostalghia stava prendendo forma, ad Andrej Tarkovskij fu chiesto di parlare del tempo.
La risposta comincia quasi come un problema di percezione. Il tempo, dice, non può essere separato dalla persona che lo percepisce. E soprattutto il presente sfugge. «Non viviamo nel presente.» L'istante è così vicino allo zero, così breve, da non poter essere davvero afferrato.
Poi il ragionamento prende una direzione inattesa.
Tarkovskij descrive il presente quasi come un abisso tra ciò che è già scomparso e ciò che ancora non è arrivato. E da qui passa direttamente alla nostalgia.
Non nostalgia come desiderio di tornare indietro.
E neppure, propriamente, nostalgia del passato.
A farci soffrire sarebbe invece il tratto di tempo che abbiamo lasciato inutilizzato: il tempo nel quale qualcosa era disponibile dentro di noi, ma non siamo riusciti a raccoglierlo, svilupparlo o trasformarlo in azione.
La nostalgia diventa il rimpianto di una possibilità non realizzata.
È un rovesciamento curioso. Di solito viene prima l'oggetto perduto: un luogo, una persona, un periodo della vita. Il tempo fa male perché quell'oggetto se l'è portato via. Tarkovskij fa invece del tempo stesso l'oggetto perduto — ma non semplicemente del tempo trascorso. A essere perduta è anche la parte di noi che avrebbe potuto esistere dentro quel tempo.
L'idea compare in una conversazione condotta da Gideon Bachmann durante la lavorazione di Nostalghia. Una versione fu pubblicata con il titolo "Between Two Worlds" su American Film nel novembre 1983 e successivamente ripresa nel volume Andrei Tarkovsky: Interviews, curato da John Gianvito. Una versione collegata apparve l'anno seguente sulla rivista svedese Chaplin.
La distinzione è importante, perché la nostalgia di Tarkovskij non è un ricordo passivo. Contiene quasi un'accusa.
Il passato non fa male soltanto perché è finito.
Fa male perché, mentre era presente, potremmo non averlo usato.
Nota sulle fonti
Pubblicazione primaria: J. Hoberman e Gideon Bachmann, "Between Two Worlds," American Film, vol. 9, n. 2, novembre 1983, pp. 75–79, ristampato in John Gianvito, a cura di, Andrei Tarkovsky: Interviews, University Press of Mississippi, 2006, pp. 88–96. Una versione collegata di Bachmann apparve come "Att resa i sitt inre" su Chaplin, n. 193, settembre 1984. La pagina di Nostalghia.com è un riferimento online utile per la versione di Chaplin e la storia delle traduzioni; non è la fonte inglese originale del testo di American Film. Non presentare il passo come inedito, sconosciuto, appena scoperto o mai notato prima: è già stato citato in letteratura accademica. Il valore della nota sta nella formulazione poco comune e nel collegamento tra presente inafferrabile e nostalgia per il tempo non realizzato.
Between Two Worlds
J. Hoberman e Gideon Bachmann, "Between Two Worlds," American Film, novembre 1983; ristampato in John Gianvito, a cura di, Andrei Tarkovsky: Interviews (University Press of Mississippi, 2006).