Senza coscienza, o senza memoria?
Sotto propofol, l’ippocampo di alcuni pazienti ha continuato a seguire toni e parole. Lo studio chiama quello stato «incosciente»: vale la pena di chiedersi su che cosa poggia la parola.

Uno dei pazienti ha ascoltato tre storie di The Moth, il programma in cui persone comuni raccontano a voce un episodio della propria vita. Una si intitolava My Father’s Hands, le mani di mio padre. Era in anestesia generale, a metà di un intervento per un’epilessia che i farmaci non controllavano, e una sonda larga settanta micrometri registrava l’attività dei singoli neuroni nel suo ippocampo.
Dopo l’operazione nessuno dei sette pazienti dello studio ha riferito ricordi espliciti di ciò che era accaduto in sala. Eppure, mentre le storie scorrevano, l’attività di quei neuroni conteneva informazioni sul significato delle parole e sul loro ruolo grammaticale.
Lo studio, firmato da Kalman Katlowitz, Sameer Sheth e colleghi del Baylor College of Medicine di Houston, è uscito su Nature il 6 maggio 2026. Nel riassunto gli autori concludono che nell’ippocampo un’elaborazione complessa degli stimoli avviene «anche nello stato incosciente». I dati neurali sono il cuore del lavoro e vanno presi sul serio. La parola «incosciente» merita invece una domanda a parte: che cosa, esattamente, la sostiene?
Che cosa hanno registrato
I pazienti, sette adulti tra i 25 e i 54 anni, dovevano subire l’asportazione della parte anteriore del lobo temporale. Dopo la rimozione della corteccia laterale, e prima che si arrivasse alle strutture più interne, i chirurghi hanno inserito nell’ippocampo una sonda Neuropixels e hanno registrato per non più di trenta minuti. L’anestesia era totalmente endovenosa, con il propofol come farmaco principale; i gas usati all’induzione erano stati sospesi almeno un’ora prima.
A tre pazienti è stata fatta ascoltare una sequenza di toni in cui uno dei due suoni compariva solo una volta su cinque: lo schema classico dell’oddball, lo stimolo fuori posto. I neuroni distinguevano il tono raro e, nei due pazienti analizzati per questo aspetto, la distinzione è diventata più netta nel corso dei circa dieci minuti dell’esperimento, mentre si indeboliva la codifica dell’identità del tono. Gli autori parlano di plasticità.
Quattro pazienti hanno ascoltato podcast. Dall’attività dei neuroni era possibile decodificare categorie di significato e parti del discorso, e un modello basato sulle caratteristiche delle parole prevedeva la frequenza di scarica con una correlazione media di 0,397 su 368 unità. In un gruppo separato di dieci pazienti svegli, registrati in passato con elettrodi diversi, lo stesso valore era 0,226. Il confronto è suggestivo ma non diretto: persone diverse, strumenti diversi, condizioni diverse.
Il percorso di revisione, pubblicato insieme all’articolo, mostra un lavoro discusso con attenzione. Il titolo originale era Learning and language in the unconscious human hippocampus. Un revisore ha giudicato eccessivo parlare di apprendimento; un altro ha chiesto di chiarire che i risultati valgono per il propofol e non per ogni forma di incoscienza, come il sonno. Gli autori hanno tolto «learning» e sostituito «unconscious» con «anaesthetized». Nel riassunto e nei titoli delle sezioni, però, lo «stato incosciente» è rimasto.
Due criteri per dire «incosciente»
Nell’articolo lo stato dei pazienti poggia su due elementi. Il primo è il BIS, un indice calcolato dall’elettroencefalogramma frontale che va da 0, coma profondo, a 100, piena veglia: l’anestesista dosava il farmaco per tenerlo tra 45 e 60 per tutto l’intervento. Il secondo è la memoria: nessun paziente, interrogato in sala di risveglio o il giorno dopo, ha riferito ricordi espliciti degli eventi intraoperatori.
Sul primo punto un revisore ha chiesto se il BIS fosse cambiato durante la registrazione: voleva escludere che il segnale oddball crescesse perché cambiava la profondità dell’anestesia, non perché il cervello si adattava. Gli autori hanno risposto di non avere accesso a quei tracciati e che una variazione era «molto improbabile»: le registrazioni avvenivano ore dopo l’induzione e ore prima della fine, con un anestesista che sorvegliava. In una delle risposte ai revisori, la frase destinata ai metodi diceva che la profondità dell’anestesia era «probabilmente» costante; nella versione pubblicata il «probabilmente» non c’è.
L’argomento è ragionevole, ma resta un’inferenza: i valori non sono stati visti da chi ha analizzato i dati. E anche con i tracciati in mano, un intervallo di BIS è un obiettivo clinico per dosare il farmaco, non uno strumento che certifichi l’assenza di esperienza. In «La mano che risponde sotto anestesia» abbiamo raccontato pazienti che stringevano la mano su comando mentre l’EEG frontale mostrava uno schema che di solito si associa a una profonda disconnessione.
Il criterio che il risultato indebolisce
Il secondo criterio crea un piccolo circolo. Discutendo i risultati, gli autori scrivono che, se un’elaborazione sensoriale di alto livello sopravvive all’anestesia, allora a essere compromesso è il consolidamento: il passaggio da ciò che accade a ciò che verrà ricordato. Aggiungono che questo potrebbe spiegare i casi di memoria implicita segnalati dopo un’anestesia.
Se l’anestesia agisce proprio sul consolidamento, l’assenza di ricordi al risveglio è ciò che ci aspetteremmo in entrambi i casi: se non è stato vissuto nulla, e se qualcosa è stato vissuto senza essere trattenuto. Il criterio non distingue le due possibilità. È una mia lettura, non una tesi degli autori; ma usa soltanto premesse che stanno nel loro testo.
La distinzione su cui si regge questa obiezione non è nuova. Nel 2012 Robert Sanders, Giulio Tononi, Steven Laureys e Jamie Sleigh la riassunsero in un titolo: Unresponsiveness ≠ unconsciousness. Sotto anestesia, sostenevano, tre cose possono separarsi: essere coscienti, essere collegati all’ambiente, essere capaci di rispondere. Il sogno è il loro esempio di coscienza scollegata. Una meta-analisi del 2018 su 22 studi e 1.131 pazienti ha trovato risposte con la tecnica dell’avambraccio isolato anche nella fase di mantenimento, e non meno frequenti quando l’anestesia era guidata da un monitor cerebrale; gli stessi autori segnalano però una qualità metodologica bassa e una forte eterogeneità tra gli studi.
Nulla di tutto questo dice che i pazienti di Houston fossero coscienti. Durante la registrazione nessuno li ha messi alla prova: niente avambraccio isolato, nessun comando, nessuna domanda. L’ipotesi che qualcuno, per qualche minuto, abbia sentito le storie senza poi ricordarle non trova appoggio nei dati. Semplicemente, i dati non la escludono.
Che cosa sappiamo davvero
Il fatto: in sette pazienti con epilessia, sotto propofol, con un BIS che l’anestesista puntava a tenere tra 45 e 60 e senza ricordi espliciti al risveglio, i neuroni dell’ippocampo hanno distinto un tono raro e codificato aspetti del significato e della grammatica di un discorso. L’interpretazione degli autori: elaborazione senza coscienza, con il consolidamento compromesso. L’ipotesi alternativa, che qui non ha prove: elaborazione accompagnata in qualche momento da un’esperienza, scollegata o no, che non è arrivata alla memoria.
C’è un dettaglio che rende la distinzione meno astratta. Per spiegare come certi processi possano svolgersi senza coscienza, gli autori evocano la festa in cui seguiamo senza accorgercene le conversazioni degli altri. Ma l’esempio riguarda una persona sveglia: descrive un’elaborazione fuori dall’attenzione, in qualcuno che è pienamente cosciente. Si adatta meglio a «senza attenzione» che a «senza coscienza».
Lo studio non era costruito per decidere la questione, e non lo pretende fino in fondo: tra i limiti gli autori riconoscono che l’anestesia ha «un rapporto incerto con la vita di veglia» e che i risultati potrebbero non valere per altri anestetici, per il sonno o per il coma. In linea di principio, una parte della domanda si potrebbe affrontare con strumenti che esistono: un test di connessione durante la registrazione, come l’avambraccio isolato, e i valori del BIS allineati ai dati neurali. Non risolverebbero tutto, perché un’esperienza scollegata dall’ambiente, come un sogno, non risponderebbe comunque a un comando. Finché mancano, la parola più precisa per quei pazienti resta quella scelta nel titolo finale: anestetizzati.
Il risultato più solido del lavoro è che, in quei minuti, il cervello ha elaborato le storie. Resta da capire che cosa possiamo concludere sull’assenza di esperienza, se il testimone che interroghiamo è proprio la memoria che l’anestesia sospende.
Nota sulle fonti
Lo studio di Katlowitz et al. (Nature, 2026) è ad accesso aperto: è stato letto il testo integrale, insieme al Peer Review File pubblicato con l’articolo. I sette pazienti erano in anestesia endovenosa a base di propofol; il BIS era mantenuto dall’anestesista tra 45 e 60, ma gli autori dichiarano nella revisione di non avere accesso ai tracciati. Il confronto con i pazienti svegli riguarda un gruppo separato registrato con microelettrodi diversi. Nessun test di coscienza connessa è stato eseguito durante le registrazioni; l’ipotesi di un’esperienza non ricordata è un’ipotesi, non un risultato. La meta-analisi di Linassi et al. (2018) è stata letta nel riassunto; i suoi autori ne segnalano la bassa qualità metodologica.
Neuroni dell’ippocampo sotto anestesia generale
Registrazioni Neuropixels in sette pazienti sotto propofol, la revisione pubblicata dello studio e la letteratura che separa assenza di risposta, assenza di memoria e assenza di esperienza.