La mano che risponde sotto anestesia
Un paziente paralizzato può talvolta seguire un comando con una mano lasciata libera, e poi svegliarsi senza ricordare esplicitamente di averlo fatto.
Durante un’anestesia generale c’è un modo sorprendentemente semplice per chiedere a un paziente se è ancora raggiungibile.
Dopo l’induzione, ma prima di somministrare il farmaco che blocca i muscoli, si gonfia un laccio emostatico attorno a un braccio. Il bloccante neuromuscolare paralizza il resto del corpo, ma non raggiunge quella mano. A quel punto si può dare un comando: se mi senti, stringi.
La tecnica si chiama isolated forearm technique. M. E. Tunstall la descrisse nel 1977 durante anestesie per parto cesareo. Da allora è diventata uno degli strumenti sperimentali più diretti per cercare quella che gli studi chiamano connected consciousness: la capacità di ricevere qualcosa dal mondo esterno e rispondervi intenzionalmente mentre l’anestesia dovrebbe aver interrotto quel collegamento.
Nel 2017 Robert Sanders e colleghi l’hanno usata in sei centri su 260 pazienti adulti, subito dopo l’intubazione. Dodici hanno risposto al comando: il 4,6%. Cinque di quei dodici, interrogati con un secondo codice di strette, hanno segnalato dolore. Quando 253 partecipanti sono stati interrogati dopo l’intervento, nessuno ha riferito un ricordo esplicito degli eventi intraoperatori.
Il 4,6% non significa che una persona su venti rimanga cosciente per tutta l’operazione. La misura riguarda una finestra precisa, subito dopo l’intubazione, e un comportamento preciso: una risposta motoria a un comando. Nel 2022, restringendo lo studio a giovani adulti tra 18 e 40 anni, un altro gruppo multicentrico ha osservato risposte in 37 persone su 338, l’11%. Anche qui il test era effettuato poco dopo l’intubazione.
Una risposta che il monitor può non vedere
La parte più difficile da mettere al proprio posto arriva dall’elettroencefalogramma. In un sottogruppo di 90 pazienti studiato nel 2017, sei hanno risposto volontariamente. Tre lo hanno fatto mentre l’EEG frontale mostrava il tipico schema alfa-delta osservato durante l’anestesia e associato a uno stato di profonda disconnessione. Gli indici derivati dall’EEG non distinguevano in modo affidabile chi avrebbe risposto da chi non lo avrebbe fatto.
Questo non rende inutili i monitor dell’anestesia e non dimostra che l’EEG «sbagli». Dice qualcosa di più circoscritto: un certo schema elettrico, da solo, non garantisce che sia impossibile una risposta volontaria al mondo esterno.
Resta poi una disputa più sottile: che cosa dimostra esattamente una stretta di mano? Alcuni anestesisti considerano la risposta un segno operativo di coscienza connessa. Jaideep Pandit ha proposto che sotto anestesia possano esistere stati intermedi — da lui chiamati dysanaesthesia — nei quali percezione, esperienza e reazione non coincidono nel modo ordinario. Altri autori mettono in guardia dal trasformare una risposta motoria in una descrizione completa dello stato mentale del paziente.
La tecnica misura dunque qualcosa di molto forte ma non tutto: il paziente ha ricevuto un comando e il suo sistema nervoso ha prodotto la risposta richiesta. Quanto sia ricca l’esperienza soggettiva che accompagna quel gesto è una domanda ulteriore.
L’esperienza che non arriva al futuro
Qui il dato sulla memoria cambia il problema. Nel grande studio del 2017 nessuno dei partecipanti interrogati dopo l’operazione ricordava esplicitamente gli eventi rilevati con la mano isolata. Un vecchio esperimento di Ian Russell, condotto nel 1993 con un regime anestetico endovenoso oggi non rappresentativo della pratica ordinaria, mostrò una dissociazione ancora più netta: molte pazienti rispondevano durante l’intervento, nessuna ricordava spontaneamente l’episodio; tre recuperarono qualcosa solo dopo domande specifiche.
Per questo sarebbe sbagliato trasformare «non ricordo nulla» in «non è accaduta alcuna esperienza». Ma sarebbe altrettanto sbagliato dedurre dalla mano che stringe l’esistenza di una coscienza pienamente vigile e continua.
Tra le due cose rimane una fessura. In certi momenti il paziente può essere abbastanza collegato al mondo da comprendere una richiesta e rispondervi, mentre il sé che si sveglierà più tardi non conserverà alcun accesso esplicito a quel momento.
L’anestesia non ci offre la prova di una coscienza nascosta. Offre una domanda più precisa: quanta parte dell’essere presenti dipende dal poter portare quell’esperienza con noi, qualche minuto dopo?
Nota sulle fonti
La tecnica dell’avambraccio isolato mantiene mobile una mano escludendo il bloccante neuromuscolare, non l’anestetico generale. Il 4,6% (12/260) viene dallo studio multicentrico di Sanders et al. del 2017 dopo intubazione; cinque responder segnalarono dolore e nessuno dei 253 pazienti valutati dopo l’intervento ebbe ricordo esplicito. L’11% (37/338) riguarda giovani adulti nello studio multicentrico pubblicato nel 2022/2023. Le risposte IFT sono usate come misura di connected consciousness, ma la loro interpretazione fenomenologica è discussa. Il lavoro di Russell del 1993 impiegava un regime a basse dosi non raccomandato per l’uso generale e non va letto come stima della pratica anestesiologica corrente.
Connected consciousness during general anaesthesia
Dal protocollo di Tunstall del 1977 agli studi multicentrici contemporanei sull’isolated forearm technique, EEG, risposta volontaria e memoria postoperatoria.