Il tempo tra una morte e una nascita
Un archivio di bambini che raccontano vite precedenti, una distanza fra due date e una piccola regolarità ancora da capire.

Una data di morte. Una data di nascita. In mezzo, un numero di mesi.
Sembra un oggetto troppo povero per dire qualcosa sulla coscienza. Eppure è proprio questa sottrazione che tre ricercatori dell’Università della Virginia hanno scelto di osservare, in un archivio di bambini che raccontano di ricordare una vita precedente.
Qui bisogna fermarsi un momento. «Vita precedente» è il nome dato al caso, non una conclusione che possiamo assumere. La persona morta viene identificata attraverso le dichiarazioni del bambino e l’indagine che segue. Quel passaggio può contenere errori, aspettative, incontri tra famiglie. Ma, una volta scelta la persona, la distanza tra morte e nascita si misura con due date: non dipende più dalla vividezza del racconto.
Saeedeh Sadeghi, Marieta Pehlivanova e Philip J. Cozzolino hanno esaminato l’archivio della Division of Perceptual Studies: 2.254 casi raccolti nel corso di decenni. In 1.678 era stata identificata una persona precedente. Il loro articolo, pubblicato nel 2026 su Psychology of Consciousness, cerca una relazione fra quell’intervallo e quanto fosse inattesa la morte.
La relazione c’è, ed è piccola. Fra i casi con le misure necessarie, più la morte è classificata come improvvisa, più l’intervallo tende a essere breve. Le mediane passano da circa ventuno mesi, per le morti attese da oltre un mese, a dodici per quelle del tutto inattese. Non è una regola per ogni caso: è una differenza nella distribuzione di molti casi.
Il numero più vistoso è quel passaggio da ventuno a dodici. Quello che invita alla prudenza è la correlazione: circa −0,13. L’imprevedibilità della morte, presa da sola, lascia dunque senza spiegazione quasi tutta la variabilità degli intervalli. Le due cose possono essere vere insieme: una differenza fra gruppi che attira lo sguardo e una capacità predittiva modesta.
Le date non mettono l’archivio al riparo
Gli autori hanno confrontato lo schema con alcune spiegazioni legate al modo in cui i casi vengono costruiti: qualità della verifica, possibilità di contaminazione dei ricordi, conoscenza precedente fra le famiglie, interesse sociale e credenza nella reincarnazione. I risultati non seguono sempre la direzione che quelle spiegazioni farebbero prevedere. Per esempio, l’associazione è più forte nelle famiglie la cui religione non contempla la reincarnazione.
Questo non significa che le spiegazioni ordinarie siano state eliminate. Una religione non misura direttamente ciò in cui crede una famiglia. Le variabili disponibili non esauriscono le differenze culturali. E il risultato sulla qualità della verifica, pur andando nella direzione favorevole agli autori, non dà un’interazione statisticamente significativa. Un controllo che non trova il bias previsto non certifica l’assenza di altri bias.
L’archivio resta osservazionale: non è un campione casuale di tutte le nascite, di tutte le morti o di tutti i bambini. Contiene casi che qualcuno ha segnalato, investigato e codificato. Anche una sottrazione esatta può ereditare le incertezze del processo che ha fatto entrare le due date nello stesso fascicolo.
C’è però una possibilità concreta di tornare su quei fascicoli in forma anonimizzata. A settembre gli autori hanno pubblicato su Zenodo dati, definizioni delle variabili e codice R. La regolarità si offre così al controllo di altri ricercatori, anche di chi non condivide l’interpretazione del centro che ha raccolto i casi.
Lo spazio fra le due date
La domanda interessante non è ancora «chi ritorna?». È più vicina al tavolo di lavoro: perché, in questo archivio, il modo in cui una vita si interrompe è associato alla distanza temporale da una nascita che verrà collegata a quella vita?
Può esserci una spiegazione nella selezione dei casi, nella loro identificazione, nelle culture da cui provengono, o in qualcosa che le variabili disponibili non descrivono. I dati non scelgono per noi. E gli autori stessi non li presentano come una prova di reincarnazione.
Resta quello spazio fra due date. Non sappiamo ancora che cosa racconti. Ora, almeno, possiamo riaprirlo.
Nota sulle fonti
Analisi osservazionale di Sadeghi, Pehlivanova e Cozzolino (2026), DOI 10.1037/cns0000493. L’archivio comprende 2.254 casi; 1.678 hanno una persona identificata. La correlazione −0,13 riguarda il sottoinsieme di 1.075 casi con i dati necessari, non l’intero archivio. I confronti e i controlli sono quelli riportati nello studio. Questa nota non dichiara una nuova replica indipendente delle analisi. Il deposito Zenodo rende disponibili dati anonimizzati e codice. Nessuna inferenza causale o metafisica è stabilita.
A Large-Scale Analysis of Temporal Patterns in Children’s Purported Past-Life Memories
Saeedeh Sadeghi, Marieta Pehlivanova & Philip J. Cozzolino. Psychology of Consciousness: Theory, Research, and Practice (2026).