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La parola era nella domanda

Per dimostrare che il déjà vu si racconta sempre con le stesse parole, Bergson si affidò a un aggettivo: «inevitabili». Nel libro da cui lo prese, quell'aggettivo compare già in una domanda, e lo studente che lo usò rispose di non averla capita.

Qualche mese prima degli esami di ammissione all'École Polytechnique, un ragazzo di vent'anni cammina lungo il boulevard Haussmann, nel tratto fra avenue de Friedland e place Shakespeare. All'improvviso ha l'impressione di essere già passato di lì «plusieurs siècles auparavant», parecchi secoli prima. Poi, scrive, «j'eus le sentiment que j'assistais à mes actions commises ; elles étaient inévitables»: ebbi la sensazione di assistere alle mie azioni compiute; erano inevitabili.

Il racconto si trova a pagina 176 di L'illusion de fausse reconnaissance, il libro che Eugène Bernard-Leroy pubblicò a Parigi nel 1898. È l'osservazione 47, intestata «A. L..., H. 20 ans. Élève à l'École Polytechnique». Bernard-Leroy aveva raccolto i suoi casi con un questionario a domande numerate, uscito su una rivista francese e su una americana, in francese e in inglese, e poi distribuito in mille copie. Gli arrivarono «soixante-sept réponses environ»; ne usò quarantanove.

Dieci anni dopo, quella frase entra in uno dei testi più letti sul déjà vu. Nel saggio «Le souvenir du présent et la fausse reconnaissance», apparso sulla Revue philosophique nel 1908 e poi raccolto in L'Énergie spirituelle (1919), Bergson vuole mostrare che il fenomeno si descrive quasi sempre negli stessi termini. Ha davanti l'auto-osservazione di «un homme de lettres, habile à s'étudier lui-même», un letterato abituato a studiarsi, che non aveva mai sentito parlare dell'illusione e credeva di essere il solo a provarla. La descrizione consiste in una decina di frasi, e ognuna si ritrova quasi tale e quale in osservazioni già pubblicate. Bergson si rallegra almeno di avervi trovato un'espressione nuova: l'autore dice che a dominare il fenomeno è una sensazione di «inévitabilité», «comme si aucune puissance au monde ne pouvait arrêter les paroles et les actes qui vont venir», come se nessuna forza al mondo potesse fermare le parole e i gesti che stanno per venire.

Poi, rileggendo le osservazioni di Bernard-Leroy, Bergson trova in una di esse la stessa parola, e cita lo studente del boulevard Haussmann. La conclusione è netta: «on peut se demander s'il existe une illusion aussi nettement stéréotypée», viene da chiedersi se esista un'illusione così chiaramente stereotipata. Fra le due versioni c'è un piccolo ritocco. Nel 1908 Bergson parlava di «une expression identique» e riportava «mes actions commises»; nel 1919 scrive «le même mot» e «commises» scompare. La prova si riduce a una sola parola. In entrambe le edizioni la nota rimanda alla pagina 176.

Basta però tornare indietro di una pagina. A pagina 175 le risposte di A. L. sono elencate per numero, come nel modulo, e a un certo punto si legge: «32 et 32 bis. - La question n'a pas été comprise.» La domanda non è stata capita. Subito dopo viene la 36, quella che chiedeva di descrivere per intero i casi più netti, e lì cominciano i due racconti.

La domanda 32 è stampata a pagina 22: «La fausse reconnaissance s'est-elle jamais accompagnée chez vous de cette impression que vous assistiez comme simple témoin au déroulement inévitable et involontaire de vos propres actes, mouvements, pensées…». In italiano: le è mai capitato che il falso riconoscimento si accompagnasse all'impressione di assistere, come semplice testimone, allo svolgimento inevitabile e involontario dei suoi atti, movimenti, pensieri?

Messe una accanto all'altra, le parole combaciano. Lo studente dichiara di non aver capito la domanda, ma nella descrizione libera usa il lessico della domanda: «assistais», «actions», «inévitables». E nel primo racconto, quello della sera in cui tornava a casa a piedi vicino all'Arco di Trionfo, aveva già scritto «J'assistais en même temps à mes mouvements et à mes pensées». Nel questionario la 32 viene prima della 36. Non sappiamo in che ordine abbia scritto le risposte, né se avesse davanti la versione francese o quella inglese. Sappiamo invece che cosa pensava Bernard-Leroy del suo questionario: temeva che risultasse difficile per chi non conosceva «les finesses d'analyse de la psychologie», e scrive che in generale le domande furono capite bene.

Lo studente non è il solo. A pagina 207, l'osservazione 61 risponde alla domanda 32 ricopiandola quasi alla lettera, fra virgolette: «La fausse reconnaissance s'est parfois accompagnée de ce sentiment que j'assistais comme simple témoin au déroulement inévitable et involontaire de mes actes, comme à ceux d'une personne étrangère». A pagina 182, un altro intervistato risponde alla stessa domanda citando una pagina che aveva scritto in precedenza: «j'assistais en simple spectateur à ma propre vie».

E poi c'è Bergson stesso. Più avanti nello stesso saggio, quando descrive il fenomeno con parole sue, scrive: «On assiste à ses propres mouvements, à ses pensées, à ses actions». Si assiste ai propri movimenti, ai propri pensieri, alle proprie azioni. La nota rimanda alle pagine 182, 185, 176 e 232 di Bernard-Leroy. Tre di queste contengono risposte alle domande 32 e 33; la quarta è quella di A. L. I tre sostantivi sono gli stessi della domanda 32, in un altro ordine.

Fin qui i documenti; da qui in poi è una nostra lettura. Niente di tutto questo smentisce Bergson, né mette in dubbio che il déjà vu esista o che si somigli da una persona all'altra. Il letterato che parlava di «inévitabilité», a quanto racconta Bergson, il questionario non l'aveva mai visto. Ed è possibile che «inevitabile» sia semplicemente la parola giusta, tanto che forse chi scrisse la domanda l'aveva trovata nei resoconti che aveva letto prima. Ma il riscontro che Bergson scelse come prova poggia su una pagina in cui la parola era già passata per una domanda prima di arrivare a una risposta. Lo stereotipo può anche risiedere nell'esperienza; ma una parte di quel lessico, e questo si può documentare, stava già nel modulo.

Fra le quarantanove risposte c'è anche quella di una donna, l'osservazione 76. Alla domanda 36, che chiedeva di descrivere i casi più netti, scrive soltanto: «Décrire ? Je craindrais d'inventer malgré moi.» Descrivere? Avrei paura di inventare senza volerlo. Bernard-Leroy la stampa senza commento a pagina 232, una delle pagine che Bergson, dieci anni dopo, avrebbe citato per mostrare come ci si vede agire.

02 / Nota sulle fonti

Nota sulle fonti

Citazioni verificate sulle scansioni delle edizioni originali; traduzioni nostre.

Che cosa c'è di nuovo. Il passo di Bergson sull'«inévitabilité» è noto e ristampato spesso (Wikisource ha il capitolo del 1919, histoiredelafolie.fr il testo del 1908). Non abbiamo trovato studi che lo confrontino con la domanda 32 del questionario di Bernard-Leroy, né con la risposta «La question n'a pas été comprise» che precede la frase citata da Bergson, né con le pagine richiamate nella sua nota sul «si assiste ai propri movimenti». La ricerca è stata limitata (repertori online in francese e in inglese): se il confronto è già stato fatto, lo segnaleremo volentieri.

Fatti e lettura. Sono documentati, e verificati sulle scansioni, la sovrapposizione delle parole, l'ordine delle domande, la risposta alla 32 e le pagine indicate nelle note di Bergson. Che la domanda abbia orientato le risposte è una nostra interpretazione.

Che cosa non sappiamo. Bergson non dice chi fosse l'«homme de lettres», e qui non abbiamo cercato di identificarlo. Non sappiamo in che ordine A. L. abbia compilato il modulo, né in quale lingua l'abbia letto.

Edizioni. Bergson è citato dalla Revue philosophique, LXVI (1908), pp. 562 e 584, e da L'Énergie spirituelle nella copia digitalizzata, una stampa Alcan del 1920 (prima edizione 1919), pp. 118 e 149. Le citazioni del 1919 nel testo corrispondono a quella stampa.

Traduzioni. Le traduzioni italiane dei passi francesi sono nostre.

03 / La scoperta

Bernard-Leroy, L'illusion de fausse reconnaissance (1898), domanda 32 e osservazione 47

Lo studente di cui Bergson, nel 1908, citò la frase «elles étaient inévitables» come prova che il déjà vu si racconta sempre con le stesse parole aveva risposto alla domanda 32: «La question n'a pas été comprise». Qui quella risposta è letta accanto al testo della domanda, che quelle parole conteneva già.

Bernard-Leroy, L'illusion de fausse reconnaissance (1898)

Bergson, Revue philosophique (1908)

Bergson, L'Énergie spirituelle

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