L'unico sogno del libro
Nel gennaio 1890 Lewis Carroll scrisse a un giornale che in Sylvie and Bruno non c'erano sogni. Nella tabella degli stati di coscienza che pubblicò nel 1893 ne compare uno, alle pagine 262 e 263, ed è segnato con la lettera dello stato ordinario.
Il narratore è rimasto solo, seduto ai piedi di un albero, davanti a certe rovine coperte d'edera. Finito il picnic, Lady Muriel ed Eric sono partiti in carrozza e Arthur e il Conte a piedi; lui è rimasto a fare uno schizzo, e tornerà in treno. «It is a very drowsy day», è una giornata che fa venire sonno, dice fra sé, sfogliando l'album in cerca di una pagina bianca. Subito dopo Arthur e il Conte sono di nuovo lì: Arthur è tornato a ricordargli che i treni passano ogni dieci minuti. «Sciocchezze! Non è mica la Metropolitan Railway!» «È la Metropolitan Railway», insiste il Conte. «Questa è una parte di Kensington.» «Perché parli con gli occhi chiusi?», chiede Arthur. «Svegliati!» Il narratore dà la colpa al caldo e chiede: «Am I awake now?», sono sveglio, adesso? «I think not», direi di no, sentenzia il Conte. «Lei che ne pensa, dottore? Ha un occhio solo aperto!» A quel punto è Bruno a gridare: «E russa come non so che! Svegliati, vecchio caro!». Lui e Sylvie si mettono a far rotolare da una parte all'altra una testa pesante. Ma chi alla fine apre gli occhi è il Professore, che si tira su a sedere e chiede, con la sua cortesia all'antica, dove si trovino «e chi siamo, cominciando da me».
La scena è nel capitolo XVIII, «Queer Street, Number Forty», alle pagine 262 e 263 della prima edizione di Sylvie and Bruno, il romanzo che Carroll pubblicò da Macmillan nel dicembre 1889. Il libro aveva disorientato parecchi lettori, con i suoi cambi di scena improvvisi e con quelli che a loro sembravano «dream-children», bambini sognati, entrati nella vita reale. Il 9 gennaio 1890 Carroll scrisse al St. James's Gazette, che pubblicò la lettera il giorno dopo: il libro, spiegava, era costruito sull'ipotesi che le fate esistessero davvero e potessero prendere forma umana, e l'«io» del racconto attraversava tre stadi: la vita reale; lo stadio «eerie», in cui vede le fate; la trance, in cui il corpo sembra dormire mentre lo spirito passa nel paese delle fate. Poi una frase netta: «There are no "dreams" in the book». Nel libro non ci sono «sogni». La ragione che dava non era dottrinale ma di mestiere: le molte imitazioni delle sue due «dream-stories», i due racconti di Alice in forma di sogno, gli avevano tolto ogni voglia di scrivere altre storie di quel genere.
Quattro anni dopo, nella prefazione di Sylvie and Bruno Concluded, firmata «Christmas, 1893», Carroll torna a spiegare la «teoria» su cui è costruita la storia, rimandando a Esoteric Buddhism, il libro di A. P. Sinnett del 1883, per quanto riguarda il trasferimento dell'«essenza immateriale». Questa volta indica gli stati con delle lettere: (a) lo stato ordinario, senza coscienza della presenza delle fate; (b) lo stato «eerie», in cui si è coscienti di ciò che ci circonda e, insieme, della presenza delle fate; (c) una forma di trance in cui, incoscienti di ciò che ci circonda e in apparenza addormentati, si migra con l'essenza immateriale in altri luoghi, nel mondo reale o nel paese delle fate. Poi una tabella: «I will here tabulate the passages, in both Volumes, where abnormal states occur». Per ventotto passi dei due volumi, Carroll indica il luogo in cui si trova il narratore, che nella tabella si chiama «Historian», e la lettera del suo stato. Alla riga «262, 263» si legge: fra le rovine, «dreaming», lettera a. È l'unica volta che la tabella nomina il sogno, e lo segna come stato ordinario. La riga dopo comincia dalla stessa pagina 263: «sleep-walking», sonnambulismo, lettera c, con Sylvie, Bruno e il Professore «in Human form».
Il primo volume aveva indicato anche le condizioni per arrivare allo stato «eerie». Nel capitolo XIV, a pagina 191, il narratore spiega qual è il momento migliore per vedere le fate. Prima regola: dev'essere una giornata molto calda. Poi: «you must be just a little sleepy—but not too sleepy to keep your eyes open, mind». Bisogna avere un po' di sonno, ma non tanto da non riuscire a tenere gli occhi aperti, mi raccomando. E bisogna sentirsi un po' «fairyish», un po' fatati: «the Scotch call it "eerie"», gli scozzesi lo chiamano «eerie». Un'ultima cosa riguarda i sogni dell'autore: nella prefazione del 1889 Carroll racconta che alcune idee gli sono venute in sogno, senza una causa che sappia rintracciare, e indica nel libro almeno due «dream-suggestions», due battute che vengono da lì, a pagina 88 e a pagina 332.
Fin qui i documenti; da qui in poi è la nostra lettura. Le regole di pagina 191 e la scena di pagina 262 cominciano allo stesso modo, con il caldo e la sonnolenza. A separarle sono gli occhi. Chi li tiene aperti, con un po' di sonno addosso, vede insieme il mondo reale e le fate: è lo stato «eerie», la soglia. Chi li chiude sogna, e il suo sogno è fatto di treni, di Kensington, di amici che tornano indietro: non vede fate, e nella tabella del 1893 finisce nella colonna della vita ordinaria. Nello schema di Carroll il sogno non è un confine fra due mondi; è una delle cose che succedono al di qua. E la frase del 1890, «nel libro non ci sono sogni», non viene smentita del tutto: l'unico sogno che la tabella ammette è catalogato come uno stato in cui le fate non ci sono.
Resta la pagina 263, l'unica che compare in due righe della tabella. Il sogno vi finisce senza che nessuno si svegli: la testa che i bambini fanno rotolare non è più quella del narratore, ma quella del Professore, e chi apre gli occhi chiede chi è. Poco dopo, al narratore che gli fa notare che il problema è come tornare indietro, il Professore risponde: «Viewed as a Problem, outside of oneself, it is a most interesting one. Viewed as a portion of one's own biography, it is, I must admit, very distressing!» Visto come problema, da fuori, è interessantissimo. Visto come un pezzo della propria biografia, devo ammetterlo, è molto penoso.
Nota sulle fonti
Carroll citato dalle scansioni delle prime edizioni Macmillan (1889 e 1893) su Internet Archive, confrontate con le trascrizioni di Wikisource e Project Gutenberg; la lettera del 1890 da una trascrizione online; traduzioni nostre.
Che cosa c'è di nuovo. La teoria dei tre stati di Sylvie and Bruno è nota e discussa: la cita, per esempio, la Psi Encyclopedia della Society for Psychical Research, e nel 2022 Felipe A. Matti ha interpretato proprio lo stato «eerie» come una soglia, in un articolo sulla rivista Metaxy. Quello che aggiungiamo è l'accostamento fra tre dettagli: la frase della lettera del 1890 («There are no "dreams" in the book»), l'unica riga «dreaming» della tabella del 1893, segnata con la lettera a, e la regola degli occhi aperti di pagina 191. Non abbiamo trovato studi che li mettano insieme, ma la nostra ricerca si è limitata a risorse online in inglese, spagnolo e italiano: se l'accostamento è già stato fatto, lo segnaleremo volentieri.
Fatti e lettura. Il testo della scena, la regola di pagina 191, la prefazione del 1889 e la prefazione e la tabella del 1893 sono verificati sulle scansioni delle prime edizioni. Che Carroll si interessasse di ricerca psichica lo scrive già il nipote Stuart Dodgson Collingwood nella biografia del 1898, secondo cui fu per qualche tempo un membro entusiasta della «Psychical Society»; secondo la Psi Encyclopedia il suo nome compare negli elenchi dei soci dei Proceedings della SPR dal 1883 almeno fino al 1889. Che il confine passi per gli occhi, e che nello schema il sogno stia dalla parte della vita ordinaria, è una nostra interpretazione.
Che cosa non sappiamo. La lettera al St. James's Gazette l'abbiamo letta in una trascrizione, nella raccolta online «The (almost really) Complete Works of Lewis Carroll», che indica come fonte il numero del 10 gennaio 1890: non abbiamo visto la pagina del giornale. Non sappiamo perché Carroll abbia inserito una riga di stato ordinario in una tabella dedicata agli stati «anormali», né se la contraddizione con la lettera del 1890 sia voluta: la prefazione non lo spiega.
Edizioni. I numeri di pagina sono quelli delle prime edizioni (Macmillan, Londra, 1889 e 1893), che sono anche quelli usati da Carroll nella tabella.
Traduzioni. Le traduzioni italiane dei passi inglesi sono nostre.
Lewis Carroll, Sylvie and Bruno (1889), la lettera al St. James's Gazette (1890) e la tabella degli stati in Sylvie and Bruno Concluded (1893)
Nel 1890 Carroll scrive che nel libro non ci sono sogni. Nel 1893 riporta in una tabella, pagina per pagina, gli stati di coscienza del suo narratore: c'è una sola riga «dreaming», alle pagine 262 e 263, ed è segnata con la lettera dello stato ordinario, quello in cui le fate non si vedono.