Un oggetto senza dimensioni
Nel 1867 Helmholtz scrisse che la grandezza di un essere umano è quella che conosciamo meglio, e raccontò di aver scambiato da bambino per bamboline le persone in cima a una torre. Ottant'anni dopo, in una lettera a Pierre Matisse, Giacometti spiegò perché le sue figure, per somigliare, dovevano essere minuscole.
Un bambino passa con la madre davanti alla torre della Garnisonkirche di Potsdam. Lassù, sulla galleria, ci sono delle persone. Il bambino le prende per bamboline e chiede alla madre di tirargliele giù: crede che le basti allungare il braccio.
Il bambino era Hermann von Helmholtz, e l'episodio non lo racconta in un'autobiografia. Lo mette in una nota tecnica, al paragrafo 30 del suo Manuale di ottica fisiologica, nell'edizione completa del 1867, per spiegare come si stima la distanza delle cose. «Il fatto mi si è impresso nella memoria», scrive, «perché nel mio errore mi divenne chiara la legge della riduzione prospettica».
Il ragionamento che fa da cornice al ricordo è semplice. Un oggetto lontano forma sulla retina un'immagine più piccola; se sappiamo quanto è grande, da quella piccolezza deduciamo quanto è lontano. Ma il rapporto tra grandezza e distanza, dice Helmholtz, va imparato «con una lunga esperienza», e per questo i bambini sbagliano. Il punto di riferimento più sicuro sono gli esseri umani e gli animali domestici: si riconoscono dal movimento, variano poco di dimensioni e la loro grandezza, scrive, «ci è molto ben nota». Per la stessa ragione i pittori mettono nei paesaggi le macchiette di uomini e bestiame: servono a far capire quanto sono grandi le cose dipinte. La figura umana, insomma, è il metro del visibile.
Ottant'anni dopo, nel 1947, Alberto Giacometti deve mandare al suo mercante di New York, Pierre Matisse, l'elenco delle sculture per una mostra. Gli scrive che non riesce a farlo senza raccontare, «molto in breve», una certa concatenazione di fatti, altrimenti l'elenco non avrebbe senso. La lettera, battuta a macchina, corretta a mano e piena di schizzi, uscì nel catalogo della mostra del gennaio 1948; il Museum of Modern Art la ristampò in facsimile nel 1965. È in questa ristampa che l'abbiamo letta.
Quella concatenazione di fatti è la storia di un metro che si rompe. A Roma, nel 1920–21, la testa del modello gli diventa «come una nuvola, vaga e illimitata». All'accademia, a Parigi, si lavora troppo vicino al modello: se si comincia dalla punta del naso si è perduti, e «la distanza tra un'ala del naso e l'altra è come il Sahara, senza limite, niente da fissare, tutto sfugge». Dal 1935 al 1940 lavora con il modello tutto il giorno, e «una testa», scrive, «diventava per me un oggetto totalmente sconosciuto e senza dimensioni» (un objet totalement inconnu et sans dimensions).
Poi comincia a lavorare a memoria, e succede questo: «volendo fare a memoria ciò che avevo visto, con mio terrore le sculture diventavano sempre più piccole, erano somiglianti solo piccole, eppure quelle dimensioni mi rivoltavano». Ricominciava, e dopo qualche mese tornava allo stesso punto. Le figure diventavano così minuscole che a volte, con un ultimo colpo di temperino, sparivano nella polvere; eppure, aggiunge, «teste e figure mi sembravano un po' vere solo minuscole». La cronologia del catalogo riporta che, quando nel 1945 lasciò la Svizzera, il suo lavoro di quegli anni sarebbe entrato in sei scatole di fiammiferi. Nel 1945 il disegno cambia un po' le cose: le figure crescono, ma somigliano solo quando sono «lunghe e sottili». Accanto a queste righe, nel dattiloscritto, Giacometti ha disegnato delle figurine in piedi su basi molto più grandi di loro. La lettera finisce così: «mi fermo, del resto chiudono, bisogna pagare».
Messi uno accanto all'altro, i due testi sembrano l'uno il rovescio dell'altro. Per Helmholtz la grandezza di una persona è il dato più sicuro che abbiamo; per Giacometti, dopo cinque anni passati a guardarne una, è proprio la testa umana a non avere più dimensioni. Il bambino vede le persone piccole perché non ha ancora imparato; lo scultore, che ha imparato tutto, riesce a farle vere solo piccole. E in tutti e due c'è di mezzo la memoria: a Helmholtz l'errore resta impresso e gli insegna una legge, a Giacometti è proprio il lavoro a memoria a rimpicciolire le figure.
C'è un dettaglio che conviene guardare con attenzione. Nella lettera del 1947 la parola «distanza» compare una sola volta, ed è quella tra le due ali del naso. Della figura vista da lontano, che ridurrebbe tutto alla prospettiva di Helmholtz, Giacometti qui non parla: dice «a memoria ciò che avevo visto». La lettura in chiave di distanza è venuta dopo, ed è legittima: nel catalogo del 1965 Peter Selz scriveva che Giacometti cercava di rendere esattamente ciò che vede a una distanza data, circa nove piedi, poco meno di tre metri. Ma nella lettera la memoria arriva prima della distanza.
Va detto con precisione che cosa unisce questi due testi. Non sappiamo se Giacometti abbia mai letto Helmholtz, e nessun documento che conosciamo lo suggerisce. Le due pagine si somigliano senza che l'una dipenda dall'altra, e siamo noi ad accostarle. Su Giacometti e la percezione si è scritto moltissimo, a cominciare dal saggio di Sartre che apriva lo stesso catalogo del 1948, mentre il ricordo di Potsdam è un esempio noto nella storia della psicologia della percezione.
Quello che l'accostamento fa pensare è scomodo. Se Helmholtz ha ragione, la grandezza di una persona non la vediamo mai del tutto: in buona parte la deduciamo, perché la conosciamo già. Ma le due pagine non raccontano la stessa esperienza. Il bambino di Potsdam è stato ingannato dalla grandezza apparente, e poi il sapere ha corretto l'errore. Allo scultore di Parigi sembra mancare qualcosa che viene prima: la possibilità stessa di dare una misura alla testa che ha davanti. Non sappiamo se le due cose stiano insieme, e qui non proviamo a stabilirlo. Il primo, dal suo errore, ha ricavato una legge. Il secondo, anni di figure alte pochi centimetri, come bamboline che si potrebbero tirare giù allungando il braccio.
Quando ricordiamo qualcuno, quanto è grande?
Nota sulle fonti
Hermann von Helmholtz, Handbuch der physiologischen Optik, Lipsia, Voss, 1867, § 30, pp. 623–624: la grandezza nota di uomini e animali domestici, le macchiette (Staffage) dei pittori e il ricordo della Garnisonkirche di Potsdam. Letto nella scansione dell'esemplare digitalizzato su Internet Archive, confrontato con il testo di una seconda scansione della stessa edizione.
Alberto Giacometti, lettera a Pierre Matisse, 1947, pubblicata per la prima volta in Alberto Giacometti. Exhibition of Sculptures, Paintings, Drawings, New York, Pierre Matisse Gallery, 19 gennaio – 14 febbraio 1948. Letta nel facsimile del dattiloscritto francese con le correzioni a mano, accompagnato dalla traduzione inglese, in Peter Selz, Alberto Giacometti, New York, The Museum of Modern Art, 1965, pp. 14–29 (PDF del MoMA). Alcune correzioni a mano sono di lettura incerta: le abbiamo usate solo dove la traduzione inglese del catalogo conferma il senso (per esempio «ne me semblaient un peu vraies que minuscules»).
La cronologia (dal 1940 il ritorno al lavoro senza modello e le figure minuscole; gli anni in Svizzera, 1942–1945; le sei scatole di fiammiferi, riferite con un «si dice») e la frase di Selz sulla distanza di circa nove piedi vengono dallo stesso catalogo del 1965, pp. 8 e 13. Il saggio di Sartre, «La recherche de l'absolu» (Les Temps modernes, gennaio 1948, pubblicato in inglese come introduzione al catalogo Matisse), lo citiamo solo come dato bibliografico: non l'abbiamo riletto per questo pezzo.
Il conteggio della parola «distance» si riferisce al testo dattiloscritto della lettera del 1947 nel facsimile; lettere e racconti successivi di Giacometti parlano di figure viste da lontano, ma qui non li abbiamo considerati.
Che cosa c'è di nuovo: la storia delle figure di Giacometti che si rimpiccioliscono è molto nota, e lo è anche, tra gli studiosi della percezione, il ricordo di Helmholtz. Non abbiamo trovato, in una ricerca limitata in inglese, francese, tedesco e italiano, chi abbia messo a confronto la pagina di Helmholtz sulla grandezza nota della figura umana con la testa «senza dimensioni» della lettera, né chi abbia notato che nella lettera la parola «distanza» compare solo per il naso. La ricerca non è stata sistematica: non abbiamo consultato, per esempio, Looking at Giacometti di David Sylvester, e non escludiamo che l'accostamento sia già stato proposto.
Le traduzioni dal tedesco e dal francese sono nostre.
Helmholtz, Handbuch der physiologischen Optik, § 30 (1867); Giacometti, lettera a Pierre Matisse (1947)
La pagina del Manuale di ottica fisiologica in cui Helmholtz spiega che la grandezza degli esseri umani è quella che conosciamo meglio e ricorda le persone sulla torre della Garnisonkirche di Potsdam che da bambino aveva preso per bamboline (Püppchen), messa a confronto con la lettera del 1947 in cui Giacometti racconta a Pierre Matisse come una testa gli fosse diventata «un oggetto totalmente sconosciuto e senza dimensioni».