Almen dopo la fanciullezza
Nel 1983, al telefono, Tarkovskij rispose con un «no» a una frase attribuita a Leopardi: l'infanzia non è la poesia, la perdita dell'infanzia ne è l'inizio. Nella pagina dello Zibaldone da cui veniva la citazione, qualche riga più sotto, Leopardi aveva già scritto qualcosa di molto vicino.
Settembre 1983, Telluride, Colorado. Andrej Tarkovskij è ospite d'onore del festival e Jonathan Cott, da New York, sta scrivendo un articolo su Nostalghia. L'intervista si fa per telefono, con un intermediario: Cott pone le domande a Krzysztof Zanussi, che le traduce in russo e gli ritrasmette in inglese le risposte. Zanussi l'ha ricordata così: lui e Tarkovskij in piedi dietro il bancone di un piccolo albergo, gente che va e viene, oltre la porta un torrente e una montagna enorme, «e noi lì a parlare di poesia, di fuoco, aria, terra e acqua». «Tutto così strano», dice, «e stranamente bello».
A un certo punto Cott cita Leopardi: certe idee e immagini di cose fantastiche, impossibili e strane ci dilettano nell'immaginazione perché ci richiamano i ricordi più remoti, quelli dell'infanzia. Tarkovskij è d'accordo: tutti i poeti provano questo, dice, è qualcosa di elementare. Allora Cott riassume: «Leopardi diceva che l'infanzia è poesia». E Tarkovskij: «No. La perdita dell'infanzia è l'inizio della poesia».
Prima di tutto, che cosa abbiamo in mano. Le parole di Tarkovskij ci arrivano nell'inglese in cui Zanussi le rendeva a voce, così come Cott le trascrisse; il colloquio è uscito solo quarant'anni dopo, nel febbraio 2024, sulla rivista Ursula di Hauser & Wirth, che lo presenta come inedito. La frase sulla perdita dell'infanzia, però, circolava già nelle raccolte di citazioni nei primi anni Duemila: era quindi già uscita a stampa da qualche parte, ma non siamo riusciti a capire dove. Non abbiamo il russo di Tarkovskij né una registrazione. Abbiamo un «no» passato per tre persone e due lingue.
Ma la citazione di Leopardi si può controllare. Viene dallo Zibaldone, pagina 4513, una nota del 21 maggio 1829 scritta a Recanati. La versione di Cott è fedele, ma si ferma a metà. Per intero, Leopardi scrive: «Certe idee, certe immagini di cose supremamente vaghe, fantastiche, chimeriche, impossibili, ci dilettano sommamente, o nella poesia o nel nostro proprio immaginare, perché ci richiamano le rimembranze più remote, quelle della nostra fanciullezza, nella quale siffatte idee ed immagini e credenze ci erano familiari e ordinarie». E subito dopo: «Analizzate bene le vostre sensazioni ed immaginazioni più poetiche, quelle che più vi sublimano, vi traggono fuor di voi stesso e del mondo reale; troverete che esse, e il piacer che ne nasce, (almen dopo la fanciullezza), consistono totalmente o principalmente in rimembranza».
Tutto sta in quella parentesi. Leopardi non dice che l'infanzia è poesia. Dice che, almeno una volta finita l'infanzia, la poesia è fatta di memoria. Poco dopo, in un'aggiunta a quella stessa nota, si spinge oltre: molte immagini e letture ci colpiscono non per sé, ma perché rinnovano impressioni provate «massimamente nella fanciullezza o nella prima gioventù»; e «ardisco dire che quasi tutte le impressioni poetiche che noi proviamo ora, sono di questo genere, benché noi non ce ne accorgiamo, perché non vi riflettiamo, e le prendiamo per impressioni primitive, dirette e non riflesse».
Il «no» di Tarkovskij, insomma, smentisce il riassunto di Cott, non la pagina che Cott stava citando.
Il riassunto, del resto, non era inventato. Nove anni prima, nel luglio 1820, Leopardi aveva annotato nello Zibaldone che «in rigor di termini, poeti non erano se non gli antichi, e non sono ora se non i fanciulli o giovanetti, e i moderni che hanno questo nome non sono altro che filosofi». Quello è il Leopardi per cui l'infanzia è poesia. Nel 1829 il discorso è un altro: la poesia non è dei bambini, ma di chi ricorda di esserlo stato. E tre mesi dopo quella nota, tra il 26 agosto e il 12 settembre, sempre a Recanati, Leopardi scrive Le ricordanze: «Qui non è cosa / ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro / non torni, e un dolce rimembrar non sorga; / dolce per sé; ma con dolor sottentra / il pensier del presente, un van desio / del passato, ancor tristo, e il dire: — Io fui. —»
Che lo sapesse o no, Tarkovskij dà ragione al Leopardi del 1829 contro quello del 1820.
Va detto con precisione che cosa unisce i due. Nessun documento che conosciamo dice che Tarkovskij avesse letto queste pagine. L'incontro l'ha messo in scena Cott, che aveva in mano una frase in inglese, e l'abbiamo prolungato noi, sfogliando lo Zibaldone qualche riga più avanti. Non c'è alcun indizio di un'influenza: sono due pensieri che si somigliano senza dipendere l'uno dall'altro: quello di un poeta che ragiona sulla propria memoria e quello di un regista che corregge un intervistatore. Proprio per questo è interessante: due persone arrivano allo stesso punto da strade che non si toccano.
Resta un dettaglio della stessa telefonata. Poco prima Cott aveva osservato che la prima immagine di Nostalghia, una collina e un cavallo, è anche l'ultima del film. Tarkovskij aveva risposto: alla fine «ti accorgi che il film comincia con la fine: l'immagine appartiene alla fine». Detta così, ha la stessa struttura del suo «no». L'inizio si può vedere solo dal punto in cui è già perduto, e ciò che ci sembra un primo sguardo viene da dopo.
Qui l'aggiunta di Leopardi si fa inquietante. Se quasi tutte le impressioni poetiche sono rinnovate e noi le scambiamo per «primitive, dirette», allora la sensazione della prima volta, davanti a un paesaggio o a un verso, sarebbe spesso un ricordo che non si riconosce come tale. Leopardi non dice da dove venga quella prima impressione che poi si rinnova. Tarkovskij, con il suo «no», sembra suggerire che non serva saperlo: la poesia comincia nel momento in cui quell'origine non è più raggiungibile.
Che cosa vediamo, allora, quando ci pare di vedere qualcosa per la prima volta?
Nota sulle fonti
Jonathan Cott, «The Beginning of Poetry: A Lost Interview with Andrei Tarkovsky», Ursula, n. 9, Hauser & Wirth, 23 febbraio 2024 (online). Intervista telefonica del settembre 1983, durante il Telluride Film Festival, con Krzysztof Zanussi come interprete: le risposte di Tarkovskij sono la resa inglese di Zanussi trascritta da Cott. Ursula la presenta come inedita; la frase «The loss of childhood is the beginning of poetry» compare però già in raccolte di citazioni dei primi anni Duemila, e non abbiamo individuato la prima pubblicazione. Per quanto ne sappiamo, non esistono né una registrazione né un testo russo.
Giacomo Leopardi, Zibaldone, pp. 4513 (21 maggio 1829), 4515 (aggiunta alla p. 4513, senza data, fra il 21 e il 24 maggio 1829) e 144 (subito dopo la nota datata 1° luglio 1820). Letti nel testo dell'edizione Le Monnier, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura, vol. VII, pp. 449–452, e vol. I, pp. 250–251, nella trascrizione riletta di Wikisource. Non abbiamo visto il manoscritto.
Leopardi, Le ricordanze, vv. 55–60, dai Canti nell'edizione Donati (Wikisource); la data di composizione (Recanati, 26 agosto – 12 settembre 1829) è quella dell'indice cronologico della stessa edizione.
Non sappiamo da quale traduzione inglese Cott prendesse la frase di Leopardi; la sua versione corrisponde alla prima frase della p. 4513 e ne omette «o nella poesia».
Che cosa c'è di nuovo: la battuta di Tarkovskij è nota e citata; l'intervista intera è uscita nel 2024. Non abbiamo trovato, in una ricerca limitata in inglese e in italiano, chi abbia ricondotto la citazione di Cott alla p. 4513 o notato che la frase successiva di Leopardi dice già quasi la stessa cosa del «no». Su Tarkovskij e il tempo vedi anche, in questa sezione, La nostalgia del tempo che non abbiamo usato.
Nelle citazioni di Leopardi gli accenti sono uniformati all'uso moderno («più» per «piú»). Traduzioni dall'inglese nostre.
Zibaldone, p. 4513, 21 maggio 1829
L'intervista telefonica che Jonathan Cott fece ad Andrej Tarkovskij nel settembre 1983, con Krzysztof Zanussi come interprete, pubblicata su Ursula nel 2024 e messa a confronto con la pagina dello Zibaldone di Leopardi che Cott stava citando (p. 4513, 21 maggio 1829), con l'aggiunta di p. 4515 e con la nota del luglio 1820 a p. 144.