Il volto che sembrava già visto
Nel 2025 un preprint sosteneva che i volti intravisti negli oggetti si ricordassero meglio di quelli veri. Lo studio successivo ha trovato qualcosa di più circoscritto: può sembrare familiare perfino un'immagine mai vista.

In una fotografia c'è un oggetto qualsiasi, con due aperture che sembrano occhi. In un'altra, un oggetto simile non suggerisce alcun volto. Non sono ritratti. Eppure, quando si chiede quale delle due immagini sia stata vista prima, la prima può essere favorita anche se nessuna delle due è mai comparsa.
È una delle prove descritte da Olga Kreichman, Limor Brook, Susan G. Wardle e Sharon Gilaie-Dotan in uno studio uscito il 21 ottobre 2026 su Royal Society Open Science. Il fenomeno si chiama pareidolia facciale: riconoscere la disposizione di un volto nel frontale di un'auto, in una presa elettrica, in un oggetto. La ricerca riguarda il momento in cui quell'impressione diventa, a torto, un indizio di aver già incontrato proprio quella fotografia.
Due titoli per la stessa domanda
Il 7 aprile 2025 le quattro ricercatrici avevano depositato su PsyArXiv un preprint intitolato Illusory faces are remembered more than human faces. Il riassunto parlava di 231 partecipanti e concludeva che i volti illusori erano ricordati meglio sia dei volti umani sia degli oggetti di controllo, simili ma privi di una configurazione facciale. Aggiungeva che una rete neurale progettata per prevedere la memorabilità delle immagini non riusciva a cogliere questo vantaggio.
Il 14 giugno 2026 è comparso un altro preprint pubblico, con un titolo diverso: Have you really seen this illusory face before? Illusory faces bias recognition memory reports. L'articolo sottoposto a revisione e pubblicato in ottobre ha conservato quella domanda. Il suo riassunto non parla più di un vantaggio stabile nella memoria, ma della tendenza a dichiarare di aver già visto un oggetto con un volto, indipendentemente dal fatto che quella precisa immagine sia comparsa in precedenza.
Ho confrontato i riassunti pubblici e letto integralmente l'articolo del 2026. I due titoli documentano un cambiamento nell'interpretazione resa pubblica; non ne spiegano la causa. Non ho confrontato riga per riga tutte le analisi e i dati delle versioni, né esaminato il manoscritto completo del 2025. Non sarebbe corretto attribuire la revisione a un revisore, a un errore corretto o a un nuovo esperimento senza quella verifica.
Che cosa misura un «sì»
Nel primo esperimento dello studio definitivo i partecipanti osservavano 160 fotografie, due secondi ciascuna, senza sapere che avrebbero affrontato un test di memoria. C'erano volti reali, paesaggi, oggetti che sembravano volti e oggetti di controllo accuratamente abbinati. Seguiva una prova a sorpresa con 320 immagini, metà già mostrate: per ciascuna bisognava dire se era stata vista.
Contare le risposte affermative, però, non basta. Una persona può distinguere bene le immagini vecchie dalle nuove oppure avere semplicemente la tendenza a dire più spesso di sì. Le ricercatrici hanno quindi separato la sensibilità della memoria, misurata con l'indice d′ della teoria della rilevazione del segnale, dal criterio di risposta: quante prove ci servono prima di affermare che riconosciamo qualcosa.
La pareidolia non migliorava in modo coerente la sensibilità. In una versione dell'esperimento gli oggetti con il volto avevano un risultato inferiore ai controlli; nell'altra la differenza non era significativa. Il criterio di risposta, invece, era sistematicamente più permissivo per quegli oggetti. Un secondo esperimento ha mostrato che, quanto più evidente appariva il volto, tanto più facilmente veniva dichiarato già visto. L'effetto più solido riguardava la decisione, non una migliore conservazione dell'immagine nella memoria.
La coppia in cui nessuna fotografia era vecchia
La prova più incisiva cambiava il modo di fare la domanda. Nel terzo esperimento si presentavano due immagini insieme e si chiedeva quale fosse stata vista prima. La maggior parte delle coppie comprendeva una fotografia vecchia e una nuova. Ma in 60 coppie su 140 *entrambe erano nuove*. Una raffigurava un oggetto con un volto illusorio, l'altra un volto umano, un paesaggio oppure un oggetto simile senza l'illusione. Non esisteva una risposta corretta.
In tre piccoli gruppi successivi, l'oggetto con il volto veniva scelto più spesso del caso quando era accostato al proprio controllo senza volto. Il vantaggio sui volti veri e sui paesaggi compariva in due gruppi su tre, non in tutti. Un quarto esperimento confermava il risultato rispetto ai controlli, ma non in modo significativo rispetto alle altre due categorie. La variabilità è parte del risultato, non un dettaglio da nascondere.
Nel quarto esperimento venti persone indicavano anche quanto fossero sicure, da uno a cinque. Quando riconoscevano correttamente un oggetto con volto illusorio già mostrato, la sicurezza media era 4,16. Quando sceglievano un oggetto con volto da una coppia di fotografie entrambe nuove, scendeva a 2,67. Era un valore leggermente superiore a quello delle scelte analoghe nelle altre categorie, ma molto più basso di un vero riconoscimento. Le autrici propendono per una sensazione di familiarità, non per un ricordo falso e vivido.
Una categoria familiare non è un'immagine ricordata
Una possibile spiegazione è che vedere ripetutamente oggetti simili a volti costruisca una familiarità generica con quella categoria. Un esemplare nuovo sembra allora appartenere a qualcosa di già incontrato. Le ricercatrici osservano anche che, durante le prove, i partecipanti vedevano molti più volti illusori di quanti ne incontrerebbero normalmente: la situazione sperimentale stessa potrebbe aver abbassato la soglia del «sì». Nessuno di questi meccanismi è stato isolato come causa definitiva.
Lo studio definitivo ha reclutato online 281 persone tra 18 e 35 anni; dopo le esclusioni previste, le analisi presentate riguardano 253 partecipanti distribuiti in quattro esperimenti. I gruppi delle prove a scelta forzata erano piccoli, gli stimoli erano fotografie anziché incontri quotidiani e non sappiamo se il fenomeno si estenda ad altre illusioni visive. I dati grezzi sono collegati pubblicamente, ma non li ho scaricati né rianalizzati.
Il titolo più deciso del preprint del 2025 è ancora reperibile. Lo è anche un articolo pubblicitario del maggio 2026 che riprendeva l'idea secondo cui i volti illusori si ricordano particolarmente bene. Il lavoro di ottobre sposta la domanda. Una fotografia può farci dire «l'ho già vista» senza essere stata memorizzata meglio. In queste prove, ciò che sembrava un ricordo era spesso soltanto qualcosa di riconoscibile.
Nota sulle fonti
Lettura diretta: testo integrale dell'articolo di Kreichman e colleghe, Royal Society Open Science 13 (2026), 261253, pubblicato il 21 ottobre 2026 (versione aperta PMC); pagine e abstract pubblici dei preprint PsyArXiv del 7 aprile 2025 (c5vem_v1) e del 14 giugno 2026 (r29ug_v1). Confrontati titoli, numerosità dichiarate e conclusioni. Non sono stati scaricati né analizzati il manoscritto integrale del 2025, i dati grezzi OSF o i supplementi. Non è stata accertata la causa precisa del cambiamento di interpretazione. L'articolo pubblicitario del maggio 2026 è stato letto solo per verificare la copertura precedente, non come prova sperimentale.
Un volto che sembra già visto
Kreichman e colleghe: preprint 2025, nuova versione 2026 e studio sperimentale del 2026 su pareidolia facciale e decisioni di riconoscimento.