Orecchio assoluto per quattro mesi
Dopo un incidente in moto, un insegnante di musica del Tennessee ha cominciato a riconoscere gli accordi che sentiva alla radio. Oggi lo si presenta come il primo caso documentato di orecchio assoluto acquisito dopo una lesione cerebrale. Resta da capire che cosa sia stato documentato, e in che modo.

Due settimane dopo l’incidente, Edward Freytag torna a casa in macchina con la moglie Joanna al volante. Allunga la mano e accende la radio. Sta suonando un quintetto jazz, e lui comincia a dire gli accordi ad alta voce: do minore nona, fa tredicesima con undicesima aumentata, sol minore tredicesima. Fino ad allora, scrive il New York Times Magazine, non era mai riuscito a riconoscere una nota suonata al pianoforte senza un riferimento.
L’incidente risale al luglio del 2021, su una strada vicino a Murfreesboro, nel Tennessee. Freytag aveva 66 anni e insegnava musica in una scuola media. Nell’incidente si è fratturato undici ossa, e il casco è uscito ammaccato sul lato anteriore sinistro. Nei mesi successivi componeva di notte, spinto da quella che lui stesso chiamava una compulsione, e diceva di «vedere» la notazione della musica che ascoltava. Di uno dei pezzi nati in quel periodo, Brain Bleed, in seguito non ricordava di averlo scritto. Poi, nel giro di circa quattro mesi, tutto si è attenuato insieme alla lesione: l’impulsività, la spinta a comporre e anche la capacità di dare un nome alle note.
Il servizio di Sadie Dingfelder, uscito online il 2 novembre 2026, lo presenta come la prima persona nota ad aver acquisito l’orecchio assoluto in seguito a una lesione cerebrale: una possibilità che i neuroscienziati ritenevano teorica e che non era mai stata documentata. Non ho potuto leggere l’articolo per intero. Ne conosco i passi riportati da altre testate, e su questi mi baso quando lo cito. La domanda di questo pezzo riguarda però un’altra fonte, l’unica sottoposta a revisione: che cosa si sa sul modo in cui quell’orecchio è stato accertato.
Ricordare un suono, dargli un nome
Avere l’orecchio assoluto significa riuscire a nominare una nota isolata, per esempio un la o un mi bemolle, senza ascoltarne prima un’altra di confronto. Secondo la neurologa di Freytag, Rima Abou-Khalil, ci riesce circa una persona su diecimila. L’orecchio relativo, che i musicisti allenano per anni, permette invece di riconoscere gli intervalli e quindi le distanze fra le note. Freytag, secondo il Times, lo aveva buono già prima dell’incidente.
Nel 1994 lo psicologo Daniel Levitin chiese a 46 persone di cantare a memoria due canzoni pop e confrontò l’altezza delle loro esecuzioni con quella delle registrazioni originali. Il 40% intonò la nota giusta in almeno una delle due prove, il 12% in entrambe. Da questi dati Levitin propose di considerare l’orecchio assoluto come la somma di due capacità: una memoria dell’altezza dei suoni, molto più diffusa di quanto si pensasse, e la capacità, rara, di associare a quell’altezza un nome. Quando si dice che qualcuno ha l’orecchio assoluto, ci si riferisce di solito alla seconda.
Per questo il modo in cui la si verifica non è un dettaglio. Basta un esempio. In un caso clinico pubblicato su Cureus nel 2023, una pianista di 53 anni con l’orecchio assoluto aveva avuto un’emorragia cerebrale. Il quindicesimo giorno di ricovero i medici l’hanno fatta sedere davanti a un pianoforte a coda in una sala di riabilitazione. Le hanno suonato 60 note in ordine casuale, distribuite su cinque ottave e scelte con una tavola di numeri casuali, e le hanno chiesto di nominarle. Ha risposto correttamente all’88%, e in quasi otto casi su dieci entro tre secondi. Anche quegli autori, comunque, avvertono che per l’orecchio assoluto non esistono test standardizzati.
Che cosa dice l’articolo scientifico
L’unica pubblicazione scientifica sul caso è un case report di quattro pagine uscito nel 2023 su Neurocase, firmato da Rima Abou-Khalil e Lealani Mae Acosta del Vanderbilt University Medical Center. Il titolo non parla di orecchio assoluto, ma di sinestesia acquisita e creatività accresciuta in un musicista dopo un trauma cranico. Nel riassunto il paziente non viene nominato, ma età, mano dominante, tipo di incidente e decorso corrispondono alla storia di Freytag, e Abou-Khalil ne parla nel servizio del Times.
Nel riassunto la capacità di nominare gli accordi compare fra le manifestazioni della sinestesia, insieme al «vedere» la notazione, ed entrambe sono descritte come esperienze nuove. Poi una frase riguarda l’orecchio: la Synesthesia Battery, scrivono le autrici, ha rivelato una sinestesia visivo-sonora, una vividezza delle immagini mentali superiore alla media e «Absolute Pitch/Perfect Pitch», tra virgolette nell’originale. Più avanti l’orecchio assoluto ricompare fra i cambiamenti che il paziente ha attraversato in circa quattro mesi.
Il testo integrale è disponibile solo in abbonamento. Europe PMC non ne ha una copia aperta e Unpaywall lo classifica come chiuso. Non l’ho letto. Non so quindi se nelle pagine dell’articolo ci sia una prova al pianoforte, un conteggio di risposte corrette o un altro modo di accertare la capacità, e non lo suppongo.
Uno strumento pensato per un’altra domanda
Quello che si può controllare è lo strumento citato nel riassunto. La Synesthesia Battery è stata descritta nel 2007 sul Journal of Neuroscience Methods da David Eagleman e colleghi. È un servizio online. La prima schermata chiede quali forme di sinestesia si pensa di avere, scegliendo fra venti voci. Segue un questionario di 80 domande, che richiede in media una decina di minuti, e poi alcune prove al computer: si sceglie più volte il colore associato a una lettera, a un numero o a un suono e si misura la coerenza delle risposte. Serve a distinguere chi ha davvero un’associazione stabile da chi la improvvisa.
Nella descrizione del 2007 non c’è nessuna prova in cui si ascolta una nota e se ne dice il nome. Non so quale versione della batteria sia stata usata nel 2021, né da quale risposta derivi la dicitura «Absolute Pitch/Perfect Pitch». Per questo non posso dire che quel dato sia un’autodichiarazione. Posso dire che il riassunto lo attribuisce a uno strumento costruito per verificare la sinestesia, e che nella descrizione pubblicata di quello strumento nulla misura la capacità di dare un nome a un suono.
C’è anche una versione precedente del caso, il riassunto presentato nel 2023 al congresso dell’American Academy of Neurology dalle stesse autrici. Parla della compulsione a comporre, della composizione dimenticata, di cui le autrici dicono di avere un file mp3, e della capacità di nominare gli accordi ascoltando un brano. Nel testo pubblico che ho letto l’orecchio assoluto non compare. Quel testo però si interrompe a metà di una frase («In addition to»), anche nella versione pubblicata su Neurology, quindi l’assenza non prova nulla.
Raccontato, etichettato, misurato
Riassumendo le fonti che ho letto, la parola «orecchio assoluto» ricorre in tre accezioni. Esiste un’abilità raccontata: gli accordi riconosciuti in macchina, nel ricordo di Freytag e della moglie e nella ricostruzione di una giornalista cinque anni dopo. Esiste un’abilità etichettata: la dicitura prodotta, secondo il riassunto, da una batteria per la sinestesia. E poi ci sarebbe un’abilità misurata, come quella della pianista di Cureus: un compito, un numero di prove, una percentuale di errori. Se quest’ultima esista anche per Freytag, dalle fonti accessibili non si ricava.
L’episodio della radio, in sé, contiene un elemento verificabile. Riconoscere il tipo di un accordo, cioè una nona minore o una tredicesima, è un lavoro che un musicista esperto può fare con il solo orecchio relativo, e Freytag l’orecchio relativo lo aveva. Per dire «do», «fa» o «sol» alla radio, senza una nota di riferimento, serve invece sapere dove sta il suono in assoluto. Questa è la mia lettura, non quella delle autrici. Ne deriva però che la parte dell’aneddoto che richiede l’orecchio assoluto è anche l’unica che si potrebbe confrontare con la tonalità reale del brano. Nelle fonti che ho potuto leggere nessuno dice di averlo fatto.
Che cosa resta
Restano alcuni fatti. C’è stato un trauma cranico con lesione frontale, e i cambiamenti si sono attenuati in pochi mesi, insieme a lievi deficit di attenzione, memoria e ricerca delle parole. Restano anche le composizioni: Brain Bleed è stata eseguita dal vivo dall’ensemble Igneous Percussion alla Middle Tennessee State University. Per Abou-Khalil e Acosta, creatività e sinestesia dipendono entrambe da nuove connessioni nel cervello. Bruce Miller, neurologo della University of California, San Francisco, ha detto al Times che nuove capacità artistiche dopo traumi frontali sinistri non sono rare. La rarità che rivendica l’articolo scientifico, però, è un’altra: la comparsa simultanea di creatività e sinestesia. L’ufficio stampa di Vanderbilt, nel 2023, riferiva che una ricerca nella letteratura aveva trovato un solo caso precedente, dopo un ictus. Il «primato» dell’orecchio assoluto viene dal racconto giornalistico.
Che una lesione possa liberare per qualche mese una memoria dei suoni presente in molti e di solito senza nome è un’ipotesi suggestiva, e resta un’ipotesi. Non è nemmeno escluso che il caso sia più solido di quanto il riassunto lasci intendere: se nelle quattro pagine c’è una prova al pianoforte, questo articolo andrebbe corretto, e lo farei volentieri.
Resta un ultimo punto. Freytag è forse l’unica persona che potrebbe descrivere come cambia la musica quando ogni nota ha un nome, e che cosa succede quando lo perde. La sua capacità, però, era già scomparsa quando la storia è diventata notizia, e oggi non può più essere messa alla prova. Quanto di quei quattro mesi possiamo ancora conoscere, se non attraverso il suo ricordo?
Nota sulle fonti
Lettura diretta: riassunto del case report di Abou-Khalil e Acosta su Neurocase 29(1):18–21 (2023), tramite Europe PMC; riassunto del congresso AAN 2023 delle stesse autrici, il cui testo pubblico si interrompe a metà di una frase; comunicato del Vanderbilt University Medical Center del 20 luglio 2023; testo integrale di Eagleman et al., Journal of Neuroscience Methods 2007 (PMC); testo integrale di Katsuki et al., Cureus 2023 (PMC); riassunto di Levitin, Perception & Psychophysics 1994. Il testo integrale dell’articolo su Neurocase non è stato letto: è disponibile solo in abbonamento, Europe PMC non ne ha una copia aperta e Unpaywall lo classifica come chiuso. Il servizio del New York Times Magazine del 2 novembre 2026 non è stato letto per intero: i dettagli attribuiti al Times vengono da passi riportati da Quartz (3 novembre 2026), bioethics.com e dalla newsletter della stessa autrice. Non è stato accertato se durante i quattro mesi sia stata fatta una prova di denominazione delle note.
Un orecchio di cui resta solo il nome
Il case report di Abou-Khalil e Acosta su Neurocase (2023), il riassunto del congresso AAN e la Synesthesia Battery: che cosa dicono le fonti accessibili su come è stato accertato l’orecchio assoluto di Edward Freytag.