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Palle da baseball, falsi errori e il tentativo di accorgersi di sognare

In una stanza virtuale bisognava cercare palline. In un'altra il dispositivo fingeva di scollegarsi. Due esperimenti sui sogni lucidi mostrano quanto contino l'esercizio scelto e il modo di misurarne l'esito.

Due stanze ordinarie si sovrappongono oltre una porta aperta; una piccola palla da baseball è sulla soglia e uno schermo lontano è spento.
Illustrazione editoriale generata con IA.

In una stanza virtuale dell'Università di Trento i partecipanti dovevano cercare palle da baseball. Alcune erano nascoste fra i cuscini, altre in un paesaggio all'aperto. Era un compito di esplorazione tranquillo, senza inviti a dubitare della realtà. In un altro esperimento, all'Università di Berna, la stanza virtuale riproduceva il laboratorio del sonno. Ogni tanto lo schermo diventava nero. Compariva un falso errore del dispositivo, poi un conto alla rovescia e il messaggio che la connessione era tornata.

Entrambe le stanze servivano a studiare il sogno lucido: accorgersi di stare sognando mentre si è ancora addormentati. Le palle da baseball erano un compito di controllo. Gli errori erano stati inseriti per suscitare un dubbio. Letti uno accanto all'altro, i due studi pongono una domanda più precisa di «un visore può insegnarci a diventare lucidi nei sogni?».

La stanza delle palle da baseball

Lo studio di Trento, pubblicato su Frontiers in Psychology il 28 settembre 2026, ha seguito per cinque settimane 38 adulti con poca esperienza precedente di sogni lucidi. Tutti tenevano un diario e facevano controlli di realtà durante il giorno: osservare le mani, provare un interruttore, stringersi il naso e tentare di respirare. Dodici promemoria quotidiani sul telefono, distribuiti fra mattina e sera, servivano a non dimenticarsene.

Tredici partecipanti hanno seguito anche otto sessioni di LucidDreamingVR. Ogni incontro cominciava con circa quindici minuti di meditazione di osservazione aperta, seguiti da una ventina di minuti in ambienti interattivi: riconoscere particolari impossibili, verificare se la scena avesse senso, cercare di mantenere la lucidità, fino a provare azioni immaginate come il volo. Altri dodici cercavano palle da baseball in ambienti virtuali in gran parte simili. Gli ultimi tredici facevano soltanto diario e controlli di realtà, senza visore.

Nei diari sono stati registrati 873 sogni. Gli autori ne hanno classificati come lucidi o semilucidi 26 nel gruppo VR dedicato ai sogni, undici nel gruppo senza VR e quattro in quello delle palle da baseball. Sul totale dei sogni ricordati in ciascun gruppo, le quote sono 11,82%, 2,96% e 1,37%. Il modello statistico degli autori trova un tasso maggiore nel gruppo addestrato con LucidDreamingVR rispetto a entrambi i controlli. La differenza fra i due gruppi di controllo non è statisticamente significativa.

La parola semilucido pesa molto sul risultato. Alla domanda se avessero avuto un sogno lucido, i partecipanti potevano rispondere sì, no oppure forse. I ricercatori hanno contato i forse insieme ai sì. Dei 26 sogni del gruppo VR sperimentale, diciannove erano forse. Limitandosi ai sì, i conteggi diventano sette, quattro e uno. Sono risposte nei diari, non episodi confermati registrando i movimenti oculari di chi dormiva.

In due dei sette sogni dichiarati lucidi nel gruppo sperimentale, e in uno dei diciannove semilucidi, il racconto conteneva elementi che sembravano provenire dall'addestramento virtuale. Secondo gli autori, in due casi quell'elemento potrebbe aver fatto scattare la lucidità. I racconti sono interessanti, ma non isolano la causa. Meditazione, esercizi ripetuti e contenuti orientati al sogno erano somministrati insieme.

La stanza che fingeva di scollegarsi

Un preprint pubblicato nel marzo 2026 da Emma Peters e colleghi, a Berna, ha seguito un'altra strada. In tre studi, 101 persone sono entrate in un laboratorio del sonno per un riposo mattutino. Alcune hanno prima esplorato per dieci minuti una copia virtuale dello stesso laboratorio, raccogliendo lettere e controllando le dita. Una variante aggiungeva vibrazioni al polso durante il sonno REM. Un'altra inseriva brevi malfunzionamenti simulati: «Device disconnected», poi «Reconnecting». Un gruppo di confronto riceveva istruzioni sui sogni lucidi e un audio preparatorio, senza realtà virtuale.

Qui i ricercatori cercavano anche un segnale proveniente dal sonno. I partecipanti sapevano di poter muovere deliberatamente gli occhi secondo la sequenza sinistra-destra-sinistra-destra quando si fossero accorti di sognare. L'elettrooculografia durante il REM poteva registrarla; due valutatori esaminavano i tracciati. È un indicatore fisiologico indipendente affiancato al resoconto del sogno, pur dipendendo anch'esso dall'esecuzione del protocollo da parte del partecipante.

Il gruppo ha raccolto 121 resoconti di sogni. Ventotto contenevano un falso risveglio: la persona sognava di essersi svegliata. In diciassette racconti la lucidità compariva dopo un falso risveglio ambientato nel laboratorio. Cinquantotto resoconti includevano il laboratorio stesso, gli strumenti o il personale. Il luogo in cui ci si aspettava di aprire gli occhi era entrato nel sogno.

Nei confronti principali né la prova virtuale, né gli errori simulati, né le vibrazioni al polso hanno prodotto un vantaggio statisticamente significativo rispetto all'addestramento sul laboratorio senza VR. Fra i resoconti condensati usati nell'analisi principale, le percentuali di sogni lucidi verificati tramite il segnale oculare variavano dall'11,1% nel gruppo di confronto al 32,1% nel gruppo con sola VR, ma lo studio non ha stabilito che la differenza fosse affidabile. Gli autori avvertono inoltre che il gruppo senza VR veniva svegliato ripetutamente durante il REM, mentre gli altri fornivano in genere un solo racconto dopo il riposo. Il lavoro è un preprint, non ancora sottoposto a revisione paritaria.

Quello che le due stanze non risolvono

Non sono due repliche contraddittorie dello stesso esperimento. A Trento l'addestramento durava settimane, comprendeva una meditazione preparatoria e misurava le classificazioni dei partecipanti, compresa l'incertezza. A Berna la prova virtuale era breve e precedeva immediatamente un riposo in laboratorio; i ricercatori usavano anche valutazioni esterne dei racconti e segnali oculari. I partecipanti avevano inoltre esperienze precedenti di sogno lucido più variabili. Mettere a confronto le percentuali senza considerare questi dettagli cancellerebbe proprio ciò che è stato misurato.

Resta un particolare comune. Nessuno dei due esperimenti aveva bisogno di un mondo onirico spettacolare. La stanza di controllo di Trento nascondeva oggetti sportivi ordinari. Berna provava a rendere sospetto un normale guasto tecnico. Nei resoconti di Berna, il falso risveglio — il gesto familiare di alzarsi dal letto, senza che sia realmente accaduto — compariva spesso dove la persona diventava consapevole del sogno. L'associazione non dimostra che fosse il falso risveglio a provocare la lucidità, e i messaggi d'errore non l'hanno aumentata in modo dimostrabile.

I due lavori lasciano aperta una questione concreta. Esercitarsi a mettere in dubbio la realtà potrebbe aiutare qualcuno a ricordarsi di farlo mentre sogna. Non sappiamo ancora quanto dipenda dal visore, quanto dalla domanda ripetuta e quanto dal dormire in un luogo insolito come un laboratorio. Nella stanza simulata di Berna il dispositivo si ricollegava sempre. Lo studio non ha potuto mostrare che leggere quel messaggio aiutasse a riconoscere come sogno la stanza successiva.

02 / Nota sulle fonti

Nota sulle fonti

Consultati integralmente il 25 ottobre 2026: Signorelli e colleghi, Frontiers in Psychology (28 settembre 2026), metodi, tabella 2, risultati e limiti; Peters e colleghi, preprint bioRxiv del 12 marzo 2026, metodi e risultati, compresi i controlli sui resoconti e sui segnali oculari. Conteggi e test statistici sono quelli riferiti dagli autori: non sono stati ricalcolati dai dati grezzi. Il dataset di Frontiers non è stato scaricato; la dichiarazione di disponibilità rimanda a una richiesta agli autori. Il lavoro di Berna non è ancora peer reviewed e i gruppi differivano anche per le procedure di risveglio. Nessun esperimento è stato riprodotto e nessuna applicazione VR è stata provata per questo articolo. L'accostamento fra i protocolli è una lettura editoriale, non uno studio comparativo diretto.

03 / Fonti

Due stanze per studiare il sogno lucido

L'addestramento di cinque settimane a Trento e la simulazione del laboratorio di Berna: controlli e criteri di successo differenti.

Studio peer reviewed · Trento (2026)

Preprint · Berna (2026)

Esperimento VR precedente

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